Pubblicato in: creazioni di Sonia e Pier

Il cerchio atavico

[La storia fa parte del concorso “Sfida di scrittura creativa del Raynor’s Hall – Bando IV” con tema ad estrazione, “Cerchio”. Termine di consegna delle storie 01/12/2015.]

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«Rose, sono felice! Abbiamo fatto un lavoro stupendo. Ma come faremo con tutti loro? Come faremo ad insegnare loro tutta la nostra storia?»
Lei lo guardò appena, divisa tra orgoglio e tristezza, ma distolse subito lo sguardo, non voleva rovinargli la gioia, non poteva!
Tornò ad osservare i suoi figli, il ritratto della g
ioia e della buona salute: cinque maschi e tre femmine. Un grande successo, oltre che una grande sofferenza.

Vide Ludvic raggiungerli e giocare con loro, incredulo di essere padre di tanti figli, Rose si concesse un sorriso e quando Ludvic vide la sua lacrima, la scambiò per gioia.
Che lo pensi pure. Che si goda questi momenti.
Pensò, amara.
Conosceva il suo compagno da troppo tempo per infliggergli un simile dolore. Quindi tacque, quando sarebbe stato il momento,
lui avrebbe incassato, avrebbero superato insieme quella cosa. E quelle a venire, perché lei sapeva di avere le qualità per mettere al mondo creature sane, forti e pure!
Alcune settimane dopo, quando tutti i suoi figli, tranne uno, erano ormai adottati da persone tutte diverse, Ludvic, sedeva dolente, sotto il porticato, ad osservare le esplorazioni dell’unico figlio rimasto.
A Rose si stringeva il cuore, perché lei andava oltre il suo aspetto fiero, lei lo amava e sapeva quan
to dura fosse per lui, quanta fatica stava facendo per riprendersi. Fece alcuni passi avanti e osò parlare:
«Ludvic… amore mio…».
Lui aspettò che suo figlio non lo guardasse per voltarsi verso la sua compagna, infuriato:
«Come osi parlarmi ancora, mi hai mentito, fatto credere che potevamo essere felici… noi siamo Lupi di Saarloos, non merce in vendita!»
Fece per andarsene, passandole accanto senza delicatezza, tanto che anche lei si arrabbiò:
«Appunto Ludvic… Lupi di Saarloos… Noi, così come tuo figlio, l’unico rimasto…».
La
sciò la frase in sospeso, certa che avesse messo radici dentro di lui, radici che gli avrebbero ridato la lucidità per agire e pensare da Lupo, quale era.
Ludvic riprese a camminare, fiero, senza voltarsi rincasò in solitaria, certo che il suo unico figlio era al sicuro, ora che Rose era con lui.
Rose…
Ludvic sentiva di amarla visceralmente e, nonostante quella disgrazia famigliare non sarebbe mai riuscito a smettere di amarla.
Rose lo vide andarsene, avrebbe voluto ululare di dolore, ma non voleva dimostrarsi debole, non in quel momento che suo figlio era al suo cospetto, un piccolo Lupo in erba.
Capì, in quel preciso istante, che nonostante non avesse mai conosciuto la libertà, il desiderio di averla, era forte e vivido dentro di lei.
«Mamma perché papà è arrabbiato?»
Rose strofinò il muso su di lui, gentile:
«Mio piccolo Darko, papà non è arrabbiato. Solo tanto triste perché i tuoi fratelli sono andati in altre case»
Quella notte Rose dovette pensare da sola al figlio, Ludvic era rintanato nell’angolo più remoto e scuro della grande casa in cui vivevano con i loro padroni umani.
A svegliarla la mattina dopo, fu proprio l’ombra maestosa e rassicurante del compagno, per una frazione di secondo credette di trovarsi nel folto della foresta, ebbe un brivido e, mentre incrociò gli occhi di Ludvic, seppe che lui aveva finalmente accettato la situazione.
Darko si svegliò tra le zampe calde e dolci di sua madre, anche lui incrociò gli occhi di suo padre:
«Figlio mio. Seguimi.»
Darko obbedì, dietro lo sguardo incoraggiante della madre.
Giunsero fuori, nel giardino.
La rugiada era ovu
nque e le piccole zampotte di Darko non erano abbastanza lunghe per proteggerlo dall’umidità che risaliva dal terreno. Quando raggiunsero la palizzata rossa, sul retro della casa, Ludvic, rifletté molto prima di parlare.
«Figlio mio…»
Esordì, con energia ritrovata.
«Sai qual è la cosa che mio padre mi insegnò per prima? La cosa che ora, tuo padre, cercherà di farti capire?»
Darko annuì, obbediente, già conscio che quando il padre parlava esigeva rispetto, che lui gli diede.
A quel punto Ludvic cominciò a roteare su se stesso, diverse volte, fino a quando il giaciglio che ne derivò divenne un perfetto tondo di erba bella schiacciata e pronta per la nanna, pensò il cucciolo.
«Noi siamo Lupi di Saarloos, Darko. Gli umani ci hanno privato della libertà e fanno di noi quel che desiderano. Noi però, siamo una razza pura ed abbiamo il diritto di libertà. Questo semplice cerchio è la prima cosa che ho imparato a fare. Quando sarai in grado di farlo, torna da me, Darko. E continueremo l’addestramento.»
Finito di parlare, lo lasciò ai suoi pensieri, conscio che il figlio avrebbe dovuto trovare da solo, il suo modo di essere, il suo posto nel mondo.
Quando sull’uscio di casa incontrò Rose, si strofinarono il naso.
«Mi sei mancato, amore mio.»
Gli disse lei amorevole, per poi raggiungere il figlio.
Si distese poco lontano, un posto dove poter guardare suo figlio, ma al contempo lasciargli tutta la privacy possibile e, mentre si faceva toilette, si ricordò di quando anche lei era una cucciola, di quando conobbe Ludvic e delle lotte che lui fece per conquistarla, cosa che poi gli riuscì!
Si crogiolava al sole mentre pigramente tentava di carpire i progressi di Darko, quando all’improvviso il paesaggio attorno a lei cambiò, mettendola immediatamente in allarme! In due falcate raggiunse suo figlio, proteggendolo, col suo corpo.
Si voltò in più direzioni, per captare eventuali pericoli, in un paesaggio candido e aspro, con raffiche di vento gelido e si protese maggiormente verso il figlio, per preservarlo. Poi all’improvviso, mentre cercava di capire cos’era quella sostanza bianca e fredda in cui era immersa sino ai garretti, tutto svanì e il suo sguardo registrò nuovamente il colore dell’erba del giardino.
«Stai bene Darko?»
Si sincerò preoccupata. Lo vide sorridere, birichino.
«Ti piace mamma?»
Domandò timoroso.
«Ho imparato bene? Lo diciamo a papà?»
Rose percepì una lunga linea gelida correre sulla spina dorsale. Era stato lui!
«Sì, figlio mio, andiamo immediatamente a dirlo a papà. A dirgli che sei il più
straordinario dei suoi figli!»
Darko esultò, precedendola, euforico, chiamando a gran voce il suo papà.

Quando furono tutti e tre in giardino, dietro lo sguardo scettico di Ludvic, Rose chiese al figlio di mostrare al padre i suoi progressi e quando Darko cominciò la danza, Rose vide espandersi, dall’epicentro del cerchio il paesaggio di poco prima.
Quando si ritrovarono nella fredda terra dei ghiacci, Ludvic sgranò gli occhi, incredulo
e a quel punto Rose, pervasa dall’istinto, urlò al compagno e al figlio:
«Correte! Correte!!»
Darko smise di roteare e seguì la madre, Ludvic in un’agile scatto gli fu dietro, superandoli, insieme giunsero ai margini di una foresta e Rose, col fiatone si guardò in giro, temendo di ritrovarsi in giardino, ma così non fu. Erano liberi! Nella foresta, nella neve, nel mondo! Tutto il sapere atavico riemerse, nel cerchio del loro figlio magico.
Ludvic, postosi davanti alla sua compagna ed al figlio per proteggerli dalle gelide raffiche si perse nella vastità di quello che li circondava. Alzò il muso verso il cielo e ululò per segnalare la sua presenza, in coro prima Rose e poi Darko si unirono al richiamo selvaggio, infine, s’inoltrarono nel fitto del bosco, pronti per una nuova vita.
Una vita degna di un Lupo di
Saarloos.

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niente cose profonde per questo bando, solo un po’ di selvaggia libertà!

 

Pubblicato in: creazioni di Sonia e Pier

Lo zuccone sornione

[La storia fa parte del concorso “Sfida di scrittura creativa del Raynor’s Hall – Bando III” con tema ad estrazione “Zucche”. Termine di consegna delle storie 27 ottobre.]

Effettivamente il tema assomiglia vagamente alla storia scorsa, ma non potevo farmi scappare quest’occasione. Perché questa è una storia autobiografica a tutti gli effetti, nomi compresi, domani 22 ottobre, mia madre avrebbe compiuto 70 anni, mi manca da morire e la voglio rivivere attraverso la mia creatività!

MammaMod

Lo zuccone sornione.

31-10-2015
Il compleanno della mamma è passato esattamente da nove giorni. Ho passato il giorno prima a domandarmi, pigramente, come avrei potuto festeggiarla al meglio per i suoi primi settantanni. Mi è piaciuto fantasticare sul regalo e sul mistero della sua festa a sorpresa. Anche ora fantastico su come passare la serata con lei, ma non è facile farlo, quando mamma non c’è più da otto anni. Che devo dire? Che il tempo guarisce tutte le ferite? Balle. Il dolore aumenta. Almeno, parlo per me.

Ma le zucche sono pronte anche quest’anno! E’ stata una sfida tra me e lei, che mi guarda placida da ovunque sia, con il suo animo dark e la sua grinta da leonessa. Sta arrivando l’ora delle streghe, in questa notte di passaggio, io osservo le mie zucche, soddisfatta, ne ho create tantissime quest’anno. Ce ne sono tre belle grosse sul tavolo da pranzo e alcune piccine sui davanzali della finestra.
Poi c’è ‘quella’! E’ enorme, sull’ammattonato, davanti alla porta, rigorosamente lontano dalla moquette, solo per quella ci ho impiegato una settimana a farla! Non è un viso ma una serie di scenari a lei dedicati, è bellissima, tutta luccicante con i suoi vani luce, scommetto che mamma non sarà così contenta di aver perso la sfida stavolta, ed io rido, sorniona.
«Eh mamma… non la spunti ‘sto giro, eh?»
Ma ho smesso da tempo di provare piacere nel parlare all’etere e un groppo alla gola mi fa capire che devo assolutamente cambiare argomento. Mi alzo e mi avvicino alla finestra per osservare il silenzio della mezzanotte, solo qualche ragazzo più grande gira ancora mascherato, donando al circondario una seria sensazione di terrore, riesco a non pensarti, che già sento la tua voce gentile:
«Sonia mi dai una mano per favore?»
Mi volto di scatto, con un lungo brivido alla schiena, ma non noto niente. Non so, forse mi rattrista sapere che mio marito stasera non è riuscito a tornare a casa, ma si sa, il lavoro prima di tutto.

Vado in cucina, ho di nuovo fame e per l’occasione mi preparo un piatto di ‘ragni di pasta sfoglia’, una delle tante primizie realizzate con il gruppo di cucina a cui sono iscritta da anni. Sono quasi pronta col vassoio, pensando al nuovo film di “Beetlejuce” che tra poco guarderò, quando la sento di nuovo:
«Soniaaa per favore vieni, daiii»
Panico! E sudori freddi. Cosa devo fare? Mi volto col terrore che la luce del salotto sia spenta, per fortuna non è così. Avanzo lentamente e furtiva, con un grosso mattarello, pronta a colpire e farlo veramente forte, ma le cocorite e Jamis, il mio coniglio, sono del tutto tranquilli. Sto impazzendo? Va bene.
Faccio per tornare in cucina, quando l’occhio mi cade sullo zuccone, che sembra più luccicante e… che… sembra muoversi. Cribbio! Ma è vivo!! Mi guarda sornione e mi strizza l’occhio.
«Hei bambola, hai un biglietto di andata e ritorno prepagato da Franca Blanchet!»
Asserisce con voce da D.J.
«Mi hai chiamato “bambola” per caso?»
Sant’iddio, devo andare da un analista, penso tra me, una zucca mi parla ed io penso a futili soprannomi, ma poi penso al biglietto e al nome che ha menzionato. Mamma? Biglietto per dove? Decido di stare al gioco dai, se mi sveglierò pazienza, mi rimarrà, un bel ricordo.
Accetto, chiedendomi -come ci arrivo da mamma?-, ma non faccio in tempo ad elaborare nulla, che lo zuccone si prodiga in uno sbadiglio, mentre osservo la sua bocca estendersi oltremodo… e quando capisco che lo sbadiglio è andato ben oltre il consentito, mi accorgo con orrore che mi ha inghiottito. Urlo. Mentre tutto intorno a me si fa arancio, poi nero ed infine luce.
Mi ritrovo su un prato che assomiglia vagamente ai paesaggi valdostani, poi la vedo, con indosso un vestito colorato e delle belle scarpe abbinate. Stento a crederci, mi guarda e mi sorride, per poi dirmi:
«Ma quante volte devo chiamarti, eh Sonia?»
Cedo alle lacrime mentre corro verso di lei, abbracciandola, ascoltandola ammonirmi di far piano, poi la guardo, cerco di ricompormi, perché la vedo troppo sfocata, ma faccio fatica e così, mi viene lei in soccorso, pratica, come è sempre stata.
«Guarda, Sonia, che abbiamo poco tempo…», mi spiega «Sono riuscita ad anticipare solo perché sul piano terreno ho compiuto settantanni, in realtà, questo ‘bonus’, era previsto per i miei dieci anni di …»
S’interruppe e la comprendo, anche lei ha gli occhi lucidi.
Mi obbligo a smettere di piangere e miracolosamente ci riesco. Ora posso vederla, non come quando era all’ospedale, ma come quando era a casa, felice, nel bene e nel male con la famiglia che si era costruita. Ho l’impulso di prendere il cellulare, ma ahimè, è rimasto in salotto! Anche quando, non so se avrebbe funzionato.
Mamma mi guarda, leggo nelle vibrazioni del suo viso che cerca le parole giuste da dirmi, quelle che non mi avrebbero fatto piangere ma poi la vedo, la sua lacrima: ha ceduto e mi dice:
«Sonietta mia, come stai? Mi sei mancata!»
Entrambe non riusciamo più a trattenerci e ci abbracciamo e piangiamo, così, come due cretine, per lunghi minuti.
Mamma sa tutto, tutto quello che è andato a rotoli e cerca di non mostrarsi dispiaciuta, entrambe sappiamo che chi semina raccoglie, ma entrambe siamo anche dispiaciute per papà, che è rimasto solo con i suoi errori.
Cominciamo a passeggiare, in breve mi porta in lungo e in largo, nel suo mondo, mi spiega che il paradiso è la versione speculare della terra, ma senza i vivi, mi spiega che siamo in Valle D’Aosta e io capisco perché mi era tanto familiare, era lei!
Andiamo a casa, versione ancora da ristrutturare, che emozione rivederla così! Mi spiega anche che i posti cambiano ogni tanto, e sta studiando una teoria sulle cause, in modo da andare dove vuole e quando vuole.
La giornata con mamma continua, ed io non perdo occasione di toccarla, parlarle, raccontarle della mia vita sulla terra, dei progressi e degli sforzi, mentre lei mi racconta a sua volta il suo vissuto, vengo a sapere a che il mio aiuto spirituale è andato a buon fine, ringrazio la mia amica Sciamana, che mi ha aiutata!
Poi mamma mi sorride ed io capisco che è fiera di me.

Implacabile però, arriva il crepuscolo e non servono parole per capire che è finita.

«Sonia lo sappiamo tutte e due che per adesso è così»
Mi dice pratica, con una smorfia amara. Ha ragione, che posso dire? La amo, ma egoisticamente amo la vita, anche, poi ecco la voce dello zuccone D.J., fa lo spiritoso simulando le sirene delle navi, qualcosa mi dice che mi legge nell’Anima, sa che per me, quel suono ha un significato importante.
«Ma dove l’ha pescato quel tizio?» le chiedo, lei ride, nel suo modo dolcissimo, riesco a malapena a sentire la sua risposta, quando il mondo si fa nuovamente arancione e capisco che lo zuccone mi ha re-inghiottita, sputandomi pochi secondi dopo nel mio salotto, tutta appiccicosa di polpa di zucca.

Mi alzo, schifata, pronta a dirgliene quattro, ma la zucca si è tutta sgretolata, non esiste più!
Una parte di me è dolorosamente disperata, perché desiderava contrattare per ritornare da mamma.
Ma voglio evitare di piangere dopo un simile regalo e quindi per festeggiare vado allo stereo e sfogliando i cd lo individuo quasi subito: Michael Jackson – “Thriller”.
Poco prima di premere play ringrazio ad alta voce mamma e chiunque le ha permesso di farlo, poi la musica parte ed io comincio a ballare nel mio solito, scomposto modo, tornando con la mente alla nostra infanzia, quando ancora eri un bambino dolcissimo ed eravamo fratello e sorella, perché nel bene e nel male è stato il periodo più intenso della mia vita.
Osservo Jamis scappare in camera, infastidito dal rumore e rido, mentre le cocorite più la musica avanza e più si gasano!

«Hai fatto della tua vita un lavoro di creatività, Sonia, sono fiera di te!»
La risposta di mamma, mi echeggia ancora nella testa il suono della sua voce che pronuncia il mio nome. Mi mancherai per tutta la vita, ma cercherò di continuare ad essere così.

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Dedicata a tutti quelli che hanno perso un genitore, ecco il vostro biglietto prepagato.
Dedicata a mio padre che nel suo piccolo è un grande.
Dedicata all’Anima ‘perduta’ del mio fratellino.
E per ultimo, ma non meno importante, dedicata ad Alessandra R. Perché nella vita le amicizie viscerali ed intense sono difficili da trovare!

Pubblicato in: creazioni di Sonia e Pier

La leggenda del Ponte Arcobaleno

[La storia fa parte del concorso “Sfida di scrittura creativa del Raynor’s Hall – Bando II” con tema ad estrazione “i Ponti”. Termine di consegna delle storie 22 settembre.]

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La bambina piangeva da mezzora ormai, era stata coraggiosa nel giardino, osservando il papà scavare la fossa e il funerale avvenuto quel giorno era degno di un generale. Poi però il papà era andato via, per forza, qualcuno doveva lavorare!
C’era passata anche lei, ricordava con amarezza le parole a lei riservate:
Ormai il tuo Willy corre sul ponte dell’Arcobaleno…
A distanza di così tanti anni, quelle parole risuonavano tristi e fasulle, ed aveva voluto raccontare a sua figlia un po’ di favola e un po’ di verità, senza grandi successi purtroppo. Angelica era disperata, vuota, sola. Come un tempo lo era stata lei.
Daisy era stata un adozione del cuore ed era stata la loro compagna di giochi per sei lunghi anni.
Chiamò la sua bambina, la quale alzò il viso rovinato dalle lacrime e sofferente, cercando conforto con lo sguardo, a Samanta le si strinse il cuore, avrebbe volentieri fatto qualsiasi cosa per cancellare il dolore di sua figlia, notò che le treccine bionde erano disfatte e cercò di asciugare le lacrime del dolce volto della figlia, delicata, con un fazzolettino.
«Adesso tu ed io usciamo, andiamo al parco e cerchiamo qualcuno con cui giocare…»
Angelica guardò la mamma, soppesò le sue parole, sapeva che era la verità, sapeva che le creature prima o poi morivano, era successo anche al nonno, rammentò.
Insieme si lavarono via le lacrime e si vestirono di tutti i colori più belli e sgargianti, che se qualcuno le avesse viste, le avrebbe prese per delle animatrici, quando in realtà Samanta aveva semplicemente indossato i colori come armatura contro il dolore. Daisy aveva lacerato entrambe!
Ridendo e con le treccine rimesse a nuovo, Angelica corse verso la macchina e quando la mamma la raggiunse al posto di guida, osservò la sua bambina raggiante e colorata, con un sorriso scaccia pensieri. La macchina uscì dal vialetto e cominciò a macinare strada, dirette al parco giochi, quando un urlo eccitato di Angelica attirò la sua attenzione:
«Mammaaaaaa!! Andiamo al Luna Park?»
Samanta rimase sorpresa per non aver visto nessun volantino i giorni precedenti, di solito questi eventi portano piogge di volantini.
Parcheggiò, rammentando a sua figlia massima attenzione prima di attraversare, Angelica era una bimba deliziosa e responsabile ma a volte il suo entusiasmo la faceva… dimenticare.
Samanta scese dalla macchina e provò una strana sensazione, come un richiamo di qualcosa che sapeva di conoscere ma non ricordava. Scacciò quei pensieri, attraversando a sua volta e, senza mai perdere d’occhio la sua bambina si fece fare due enormi bastoncini di zucchero filato, tutto azzurrino e la chiamò, sorridendo. Angelica accolse con entusiasmo il dolce, mentre Samanta cercava qualche volto familiare tra la folla, ma… stranamente nessuno lo era, sembrava la gente di un’altra città e lo strano presentimento cresceva.

Fu allora che vide, tra le genti, un cagnolino che conosceva molto bene: Willy!!
Ebbe un mancamento e convinta che il sole gli stesse giocando dei brutti scherzi, non lo chiamò subito per nome, Angelica, nel frattempo, percepito l’allarme di sua madre, le era già a fianco e notando lo sconcerto della mamma, non ci pensò ne uno ne due e la seguì nella sua corsa matta, inseguendo insieme il cagnolino.
D’improvviso la gente finì, così come le giostre e il brusio, ed entrarono in un boschetto verde smeraldo, che sembra una scena di Walt Disney: cerbiatti, scoiattoli, piccoli ghiri e tanti riccetti vivevano in quel posto dai colori accesi e rallentando la corsa, entrambe osservarono gli animali, quando dopo alcuni minuti il bosco cessò di colpo, come se fosse la scena di un opera e si ritrovarono sulla soglia di un precipizio, in un paesaggio che sembrava il Grand Canyon dell’Arizona. Samanta aveva paura e stringeva forte la manina della figlia.
«Mamma…»
Chiamò Angelica e la madre seguì lo sguardo sorpreso e sconcertato della bambina sino a vedere l’oggetto in questione. Sgranò gli occhi e la sua bocca fece una ‘O’. A quel punto incontrò gli occhi della sua bambina e, in quell’istante tornò anche lei bambina, i timori crollarono come un castello di carte e lasciando la mano della figlia, sorridente e speranzosa cominciò a correre giocosa, insieme ad Angelica, verso l’oggetto dei loro desideri, dei loro sogni.
Quando furono giunte, Samanta bisbigliò scuotendo la testa incredula:
«Non ci posso credere!»
Erano ai piedi di un arcobaleno dai colori vividi, intensi, come se fosse disegnato dal più abile dei pittori e l’entrata ad arco riportava, in alto, un grosso cartello di legno dipinto di arancione con inciso ‘Benvenuti sul Ponte dell’Arcobaleno!’
Una folletta dai capelli rossi vestita da Leprecauno, sorridente e gioiosa salutò i nuovi arrivati, donando loro un volantino e raccomandandosi di rispettare l’orario, osservando l’orologio della ‘Torre sempre in vista’, di cui diede un volantino a parte, visto lo sconcerto di mamma e figlia.
Angelica, con gli occhi brillanti , fece il primo passo, tirandosi dietro la mamma e quando posò il piede sulla struttura del ponte, lo sentì morbido, come gommapiuma.
Quando anche Samanta vi salì, era incredibilmente affascinata ed incredula, stava camminando su un ponte di arcobaleno, con tante piccole striscette colorate ai suoi piedi. Si appoggiò al corrimano e lo sentì ruvido e vivo, era un grosso cordone fatto di tantissime cordicelle multicolore. Era sbalordita. Al centro del ponte vide un paesaggio incredibile, vivo e colorato, e seppe per certo che dal momento della loro entrata al Luna-Park, si trovavano già in un regno di fantasia.
Alla fine del ponte, lo scenario che si parò davanti era.. era.. pieno di animali di ogni genere, di casette colorate, di alberi e casette sugli alberi, di strade di mattoni rossi e strade che sembravano fatte di acqua e poi entrambe li videro, Samanta riconobbe Willy e Daisy, Angelica solo quest’ultima. Ma quando i cani corsero festosi incontro ad entrambe, loro si misero in ginocchio per accoglierli. Le loro voci di sovrapposero e sia la madre che la figlia provarono delle emozioni incredule, tra lo scoprire che i cani parlavano e il cercare di capire che stavano dicendo, visto che parlavano contemporaneamente, al ché, il senso pratico di Samanta emerse cercando di riordinare la questione e, finalmente, poterono comprendersi.
Passarono un pomeriggio bellissimo e Samanta si fece carico delle cose importanti delle favole, che i bambini spesso scordano e finendo sistematicamente nei guai! Una di queste era guardare sempre l’orologio della ‘Torre sempre in vista’.
Angelica venne a sapere molte cose sulla sua mamma bambina, così tante da ridere, ridere a crepapelle,mentre Samanta rimproverava il suo Willy con le lacrime agli occhi, accarezzandolo in continuazione.
Daisy era li solo da pochissime ore e non aveva molto da raccontare ad Angelica, la quale, da brava bambina matura cercava di sfruttare quella magia nel modo più intelligente possibile, a volte la sentiva escogitare sistemi per continuare a vedersi e allora Samanta la ammoniva, conscia del fatto che era già un regalo oltre l’incredibile quello che stavano vivendo.
Angelica annuiva, con una sfumatura in viso dell’adulta che sarebbe diventata.
Visitarono le sculture della città magica ‘Oltre l’arcobaleno’, visitarono l’oracolo, dove i novizi potevano bearsi ancora un pochettino dei loro padroncini o padroncine umani, prima di godere a pieno del loro paradiso.
Poi visitarono i teatri, le sale giochi, le abitazioni, comprese le due di Daisy e Willy ed infine Samanta toccò la spalla di sua figlia, la quale capì.
Gli abbracci non erano abbastanza, per nessuna delle due, ma il tempo era scaduto.
Si ritrovarono ai piedi del ponte e mentre madre e figlia tornavano nella realtà, i cani sorridevano, trattenendo le lacrime.
Quello rimase un segreto tra loro due e venne tramandato da figlia a figlia… ed ecco come nasce la Leggenda del Ponte dell’Arcobaleno!
The end.

[Questa storia è ispirata alla creazione di Angela Siracusa con il suo racconto a puntate “Perso nel quadro” (Grazie Angela!!)]

Pubblicato in: creazioni di Sonia e Pier

Il Destino dello Spettro bambino (racconto per circolo di lettura)

Realizzato per il circolo di Scrittura di Alice Jane Rayanor, ecco la mia proposta, dal momento che la parola estratta era ‘Spettri’, ho realizzato questa mia metafora.
Qui il bando sul suo blog —> CLICK
E qui invece il gruppo su FB —> CLICK

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IL DESTINO DELLO SPETTRO BAMBINO
Rino osservava scrupoloso il calice, lo faceva sempre, non aveva amici con cui giocare a calcio e non gli interessava nemmeno la scuola, anche se aveva buoni voti perché voleva rendere orgogliosi i suoi genitori.
Anche quel tardo pomeriggio il suo rito di controllo era tranquillo e scrupoloso, con le mani pulite sistemò le sacre ostie all’interno del calice impeccabile e brillante, con passo cadenzato e silenzioso si avvicinò al tabernacolo aperto, depositandovi gli oggetti sacri e richiudendolo con cura, silenziosamente. I suoi gesti erano impalpabili e gentili, insolito per un ragazzino di undici anni.
Raggiunse Padre Teseo nella sacrestia e dopo che questi gli sorrise, seppe che poté congedarsi dal suo compito; lasciò la sua tonaca nella saletta adiacente e dopo aver salutato il suo Signore si avviò fuori, scese la scalinata e alzò lo sguardo al cielo.

Inspirò profondamente, era quello il suo mondo, insieme alla sua Nikon retrò Spyre.
Una zazzera di capelli rossi ed un viso lentigginoso erano rivolti a quel tramonto in arrivo e due occhi azzurro chiaro seguirono il percorso delle foglie volanti autunnali poco lontano da lui; accarezzò l’idea di andare al fiume per vedere se c’erano gli Aironi, era da tempo che cercava lo scatto perfetto, la redazione scolastica, cui faceva parte, lo stimolava in tal senso.
Fu proprio quando prese una decisione che, nel modo di voltarsi, andò a sbattere violentemente contro qualcuno, finendo col sedere a terra. Dolorante alzò lo sguardo, non poteva esserci nessuno vicino a lui, così vicino da non accorgersi… e nel mentre i suoi occhi registravano l’individuo, seppe che qualcosa di molto brutto gli stava per accadere.

Quando riprese la prima volta i sensi, capì di essere ancora ai piedi della scalinata, poi silenzio. Quando li riaprì la seconda volta il suo cervello andò quasi in tilt! Era nella sua stanza e vedeva se stesso nel letto, legato, paonazzo e delirante, che pronunciava frasi senza senso. Sua madre era accanto alla finestra e piangeva sconvolta, mentre Padre Teseo era accanto al letto, e, con frasi solenni stava disperatamente cercando di … esorcizzarlo!!
Urlò, sconvolto, urlò ad entrambi che quello non era lui, che lui era li, ma loro lo ignoravano e lui tentò di gridare ancora più forte, sull’orlo di una crisi isterica.
«Non ti potranno sentire mai più, perché ora sei mio». La voce, fredda, metallica, che udì alle sue spalle lo fece sobbalzare, incredulo si voltò.
Alto, capelli lunghi neri, un mantello che sembrava di vernice nera lo avvolgeva completamente, un grosso cappello nascondeva parte del suo viso e in una mano teneva uno scettro col pomo a forma di teschio.
«Non può essere vero, no, non può essere accaduto sul serio». Esclamò Rino, sull’orlo delle lacrime.
La bocca dell’uomo sorrise, i denti bianchi come la neve appena caduta, immacolata e brillante. L’uomo alzò il volto e due occhi scuri come petrolio lo squadrarono.
«Che cosa credi? Di poter nascondere te stesso facendo il chierichetto? Tu non sai, tu non capisci. Tu non puoi decidere. Eri mio sin dal principio, ma avevo necessità che tu… crescessi un po’». E la bocca ghignò nuovamente.
«Io tuo? Mai, preferisco la morte!!» sibilò rabbioso il ragazzo, senza rendersi conto della gaffe appena fatta. L’uomo eruppe in una fragorosa risata così genuina e potente da far spaventare ulteriormente il ragazzo, imbarazzato guardò sua madre e Padre Teseo, senza ricordarsi che loro non potevano vederlo. Era perduto?

Uomo e ragazzino si guardarono per un lunghissimo momento e quando Rino decise di uscire dalla porta della sua stanza l’uomo lo seguì. Voleva voltarsi e dirgli di lasciarlo in pace, di andarsene, ma sapeva che sarebbe stato fiato sprecato, invece chiese: «Perché se ho servito il Signore con sincerità e devozione, se ho studiato con impegno e se ho cercato di mantenere un comportamento rispettoso con la mia famiglia e le persone che conosco ora mi ritrovo qui?». Fuori dalla casa le genti passavano senza guardarlo, vedeva il vento, vedeva l’autunno ma non riusciva a percepirlo sulla pelle e la sensazione gli risultò opprimente.
«La chiesa è corrotta da tempo, così come il vostro Animo. Il tempo di Dio è finito. Ora è il mio tempo, e riempirò le mie giornate raccogliendo accoliti per la mia parrocchia» Rino ebbe l’impulso di saltargli addosso, ma non lo fece, aveva paura.
«Vuoi essere un bravo cristiano in mezzo a questo mondo pieno di stupratori, pieno di madri che buttano i loro figli, pieno di uomini senza casa, pieno di distruzione?» Chiese con gli occhi che brillavano di eccitazione, «Dio ha smesso da tempo di curarsi di voi, da molto tempo».
Rino si sentì gelare sino a dove non poteva vedere, dentro se stesso, ma se Dio li aveva abbandonati, lui non si sarebbe semplicemente concesso al Signore del male, mai. MAI!
Riprese a camminare, terrorizzato e sconvolto e senza accorgersene si ritrovò a percorrere il ponte, il fiume scorreva sotto, ma lui non poté sentirne la voce, così come non percepiva il vento, era come in una sorta di bolla, era una sensazione soffocante!
La Morte gli camminava sempre dietro, e comprese che forse sarebbe rimasto dannato per l’eternità, immaginò l’eternità con quell’individuo orrendo, La Morte! E si sentì straziare dentro, era un incubo. Tacque e il suo sguardo andò giù dal ponte, seguendo il corso impetuoso del fiume, poi improvvisamente una coppia di Aironi, uno bianco ed uno completamente nero, discesero dal cielo, in un volo così artistico da sembrare innaturale, inventato.
Istintivamente portò le mani sul suo petto, dove solitamente era appoggiata la Nikon ma purtroppo non c’era. Quando gli Aironi toccarono il suolo, una luce candida e calda si diffuse nell’atmosfera, e per la prima volta, vide il terrore sul volto della Morte.
Accanto al ruscello gli Aironi non c’erano più, e al loro posto c’era una Donna di impareggiabile bellezza, dai lunghi capelli argentei e coperta da una veste dalle stesse sfumature, gli occhi della creatura, occhi di luce argentea, erano ristoratori e magnetici «Bentrovato Corradino. Ti piace il mio regalo?» chiese con una voce di miele. Lei conosceva il suo vero nome!
La creatura si avvicinò a lui, accarezzandolo con tenerezza, poi levò il suo sguardo sulla Morte e Rino sentì l’uomo gemere, terrorizzato. «Siamo alle solite, Lucifero. Alle solite…» Rino tornò a guardarla, incredulo. «Hai domandato a questo ragazzo se accetta o meno di servirti? Perché ometti sempre il libero arbitrio, Lucifero? Perché?» Si lamentò con voce pungente. Rino si sentì quasi esultare di fronte a quelle parole, capì dove sarebbe terminata la conversazione e senza esitare esclamò «No, non voglio. Assolutamente no!»
Il resto fu solo luce e calore. Quando si risvegliò, era nello spogliatoio della chiesa e come se avesse ricevuto una scossa, si alzò e senza remore fuggì da quella chiesa.
Prese a correre come un forsennato, alcuni fiocchi di neve cadevano dal cielo e lui si sentì vivo e felice.
Giunto al ponte si guardò in giro esitante, con la Nikon stretta nelle mani tremanti, continuava a voltarsi in tutte le direzioni fino a che li vide, incredulo, quell’eleganza in volo a spirale, mentre discendevano dal cielo. Senza nemmeno accorgersi che stava già scattando, gli Aironi si posarono ai margini del fiume e semplicemente lo guardarono, lanciando il loro richiamo nell’atmosfera.
Quando la sua sete di scatti terminò si voltò per assicurarsi di essere solo e pronunciò quasi sommessamente la sua promessa, davanti ai suoi testimoni: «Da oggi in poi il mio credo sei tu e impiegherò i miei giorni ad insegnare alla gente come guardarti». Intendeva la Natura, che lo aveva salvato dal Diavolo. E da quel giorno non andò mai più in chiesa, rifiutò categoricamente ogni richiesta dei suoi genitori, ogni tentativo di avvicinamento da parte di Padre Teseo. Crebbe felice, si affermò come fotografo free-lance e come promesso non mancò mai di insegnare la magia della Natura.

[Per l’immagine si ringrazia il web. La storia è scritta da Sonia Sottile]