La Leggenda delle Anime – tutta la storia sino ad ora…

[Qui troverete la pubblicazione intera, e quando le puntate sul blog saranno terminate, ci sarà il racconto completo-
tuttavia questo post potrebbe non essere aggiornato, quindi, tieni d’occhio le uscite in home page per sapere nuove evoluzioni della storia!]


La leggenda delle Anime

22 giugno 2015 ore 15
In questa data, inizia quest’avventura, e ci tengo a ringraziare in primis tutte le persone che mi seguiranno.

Inoltre ringrazio il mio compagno di vita e di Blog, Pier, per la pazienza e l’amore riservatomi da quasi dieci anni ormai.

Per ultimo, ma non meno importante, vorrei dedicare questa mia creazione a Laura Rocca, perché mi ha insegnato una cosa importante sullo scrivere: come tenere viva l’attenzione del lettore.

Sarà vostra cura, capitolo dopo capitolo, dirmi se ho imparato bene la lezione oppure no!

Ps. alcune delle immagini possono contrastare (per pochi particolari) con la descrizione di scene e/o personaggi, le ho scelte per il loro forte impatto visivo e mentale, concedetemi quindi la licenza poetica.

Una dedica speciale (dati i contenuti di questo raccontino) è fatta con amore a Martin Hocke. Grazie per aver dato vita ad Hunter, un personaggio che amerò per tutta la mia vita.

Il copyright riguarda unicamente il testo. Per quanto riguarda le immagini (assolutamente NON modificate) si ringrazia Facebook e l’immensità delle rete. Qualora il/i proprietario/i riconoscessero la paternità di immagini presenti nel corso di questo racconto a puntate, possono tranquillamente contattare ay_bairo@yahoo.it per richiederne la rimozione o l’inserimento dei credit. Grazie!

Licenza Creative Commons
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Fiore 'senza cognome'SINOSSI:
Fiore ‘senza cognome’. Non si sa chi sia né da dove venga, né tanto meno quale sia la sua età. E’ stata rinvenuta in uno stato chiaramente non lucido, in un punto imprecisato delle Alpi Atesine, nel Trentino. Il recupero è stato fatto da Gina Testi un donna che ha già visto i suoi anni migliori; era uscita da casa attirata dalle grida e risate della ragazza.

Le è stato dato quel nome per via dei tanti fiori che le ricoprivano i vestiti. Una collana di fiori, braccialetti di fiori, fiori tra i capelli, fiori che le uscivano dalle tasche e un mazzolino variopinto che stringeva tra le mani. Rideva e piangeva. Quei capelli color del tramonto, un fuoco vivo e gli occhi neri come la notte, la sua pelle era color del grano, ed era alta, troppo alta per essere una ragazza.


PARTE PRIMA

tra la veglia e il sonno

Tra la veglia e il sonno.

«Se sono quello che sono lo devo principalmente a te»
Bisbigliò mesta. Ma solo il vento poteva ascoltarla, anche perché Trudy era sempre molto più avanti di lei.
Chiamarla serviva a poco, perché è vero che obbediva subito, ma non perdeva occasione per dileguarsi nuovamente nel folto degli odori e dei suoni del bosco, ormai a lei familiare.
Trudy era una bastardina color malto, con gli occhi color ghiaccio, a guardarla sapeva scavarti bene nell’anima e sapeva ottenere tutto, special modo i biscottini al rientro casa.
«Devi parlare alla gente»
Una folata di vento scompigliò i suoi capelli tanto da far volare via il cappello in fibra che la riparava dal sole.
«E ora cosa c’è?»
«E’ tardi, Devi andare.»
La ragazza assunse un’espressione rassegnata, s’inerpicò sulla scarpata per raggiungere il cappello, a fianco a lei sfrecciò Trudy, che, credendo si trattasse di un gioco, arrivò per prima in cima.
«So io quando è tardi, non trovi?»
Provò a rimbrottare poco convinta.
Gli alberi furono scossi da un’altra, violenta folata di vento.
Infilò il cappello e tenendoselo una mano per tenerlo fermo, volse lo sguardo intorno socchiudendo gli occhi, assorbì il sole che filtrava attraverso i rami.
Poi gettò un sguardo a Trudy che ricambiò piegando d’un lato il musetto. Improvvisamente come una forsennata discese la scarpata a grandi balzi, mentre la cagnolina presa alla sprovvista arrancò dietro di lei per pochi secondi, raggiungendola subito.
«Truudyyy nooo».
Gridò ridendo e correndo.
«Non dimenticarti però».
Il suono di queste parole la rese triste.
«Non mi ascoltano».
Rispose semplicemente. [commenta sul post originale]

La pace del sogno

2 – La pace dei sogni.

Fiore aprì gli occhi appannati. Ma non avrebbe mai voluto farlo. Una lacrima scese nuovamente sulla sua guancia, scorrendo esattamente dove mille altre avevano già bagnato il suo viso.
L’infermiere si avvicinò e le allungò il suo bicchiere d’acqua con la capsula rossa e verde che, rassegnata, ingerì passivamente.
Si alzò raggiungendo le panchette vicino alla finestra e lì si adagiò nuovamente.
Avrebbe voluto andare più lontano per contemplare l’esterno senza sentire le voci sfasate delle altre persone rinchiuse, ma non poteva. Era inchiodata lì, da… da sempre? Non lo ricordava più, la capsula faceva effetto quasi subito, come sempre, allungò la mano verso il vetro della finestra, tante volte aveva pensato di spaccarlo con la panca, la rabbia che aveva dentro le avrebbe dato abbastanza forza, avrebbe potuto essere molto più forte delle pillole. Ma non sarebbe servito a nulla, non era abbastanza forte da far sparire le inferriate, ma era abbastanza lucida da sapere perché ogni maledetta finestra aveva le sue “belle” sbarre.
Era tardi per riflettere, la debolezza era tornata e sentì lentamente la sua mano scivolare sul vetro, prima che il buio tornasse e il suo corpo si afflosciasse sulla panca.
«Hai parlato con la gente?»
Dapprima sentì le lacrime rigarle il viso, ma subito dopo percepì sulle caviglie il peso di Trudy che voleva la sua razione di coccole e tutto sfumò, non ricordava già più il perché delle lacrime.
«Continuano a non ascoltarmi ed io non so cosa fare».
Il vento furioso prese a soffiarle forte in viso, quasi a volerle far male.
«DEVI parlare con la gente! Ti imploro ogni giorno».
Gridò rimbombante la voce nelle orecchie di Fiore, ma lei era già impegnata a raccogliere gelsi e ciliege, in quel bosco così immenso, così puro.
Prese a correre e rideva, quasi a voler coprire la voce del vento mentre Trudy, al solito, avanzava correndo, oltre il sentiero e lei rideva così forte da sentirsi dentro una favola di zucchero e sogni, il bosco s’infittiva, ma lo faceva in modo dolce e rassicurante e le chiome si univano così fitte, come mani che s’intrecciano, che diminuivano progressivamente la temperatura, regalando un po’ di refrigerio dal sole caldo.
«Trudyyyyy…»
Gridava col fiato corto. Dopo diversi minuti di corsa, la generosa porzione di bosco fitto terminò di colpo e della birichina non si avevano tracce, era ai piedi di una collina verde smeraldo, che ondeggiava come un mare placido, quindi rimase ancora qualche secondo a respirare profondamente e a sorridere come se tutta la felicità del mondo fosse dentro di lei e poi, con le mani intorno alla bocca riprese a chiamare: «Truuuuuuudyyyyyy…»
E qualcosa sfrecciò, passandole tra le gambe, facendola quasi cadere.
La cagnolina abbaiò, provocatoria, girandole intorno e facendo piccoli assalti alle sue gambe, Fiore cercava di acchiapparla ma la cagnolina era palesemente più scaltra e quando a sorpresa le saltò in grembo facendola capitombolare con le chiappe sull’erba morbida e umida, non poté fare a meno di abbracciarla, mentre Trudy ricambiava riempendola di lappatine sul viso, fu allora che lo vide, si alzò in piedi di scatto, anche Trudy se ne accorse, poco lontano da loro, nel crepuscolo, come a rallentatore qualcosa solcava il cielo, volando come a saltelli.
Come in un richiamo atavico fece alcuni passi verso la creatura e non si rese subito conto che già stava correndo.
Quella creatura era splendida!
Tentò di saltare lei stessa e di spiccare il volo, lo fece ripetutamente, ossessivamente, nonostante le distanze tra loro aumentassero, gridava e saltava, implorava la creatura di fermarsi, tornare indietro e insegnare anche a lei a volare e nonostante saltasse disperatamente agitando le braccia non accadeva nulla.
«E’ ora di rientrare Fiore».
Sospirò laconica la voce del vento e sebbene lei non ricordasse perché, un fiotto di dolore e lacrime esplosero come un temporale dal suo cuore e dal suo viso. [commenta sul post originale]

La rabbia

3 – La rabbia

Gridava e si dimenava come la più furiosa delle bestie selvagge e quando si rese conto che qualcosa le stringeva prepotentemente braccia e gambe, spalancò gli occhi, occhi feriti dalla luce violenta della grande sala, occhi intorno che la scrutavano con ostilità e terrore e poi cercando di mettere a fuoco il resto, si ricordò tutto.
Il suo corpo smise di colpo di lottare, afflosciandosi come un sacco di patate, nella presa, sempre decisa e ferma, dei due infermieri.

Loro conoscevano la paziente F24 del terzo piano, conoscevano la sua imprevedibilità, sapevano anche che non dovevano concederle spazio, durante le sue crisi, ma non sapevano null’altro.
Uno di loro incrociò lo sguardo della ragazza e quando la vide piangere senza più ribellarsi qualcosa si smosse dentro di lui, ma continuò il suo lavoro, in silenzio, che altro poteva fare?

Quando le fu indossata la camicia e messa comoda sulla sedia a rotelle, seppe come la sua giornata andava a finire, ma le lacrime non smettevano di uscire dai suoi occhi, lei stessa si chiese quando le avrebbe finite, non vedeva l’ora di finirle, di annullare lo strazio che da esse scaturiva nel suo cuore sbriciolato, ma non sapeva perché, non sapeva da dove arrivasse la sua infelicità.

La spossatezza del pianto si unì ad un’altra sensazione e seppe per certo che le avevano dato un’altra pillola, una parte razionale di se stessa le disse che troppi medicinali le avrebbero rovinato il fegato o chissà quale altro organo e inspiegabilmente esplose in una risata fragorosa, e i suoi singulti facevano eco nei corridoi che stava percorrendo sulla sedia condotta dall’infermiere, si ricordò di lui e con una torsione del collo cercò il suo sguardo, raggiungendolo un poco, rise ancora più forte e pianse anche per quello, pianse per le risate.

Non c’era scampo allora per lei, qualsiasi cosa faceva la portava al pianto? La sua risata continuò, incurante della ragione che le imponeva un po’ di compostezza; anche l’eco, rimbalzando tra una parete e l’altra, si scompisciava con lei, ridevano insieme, lei e l’eco, mentre infermiere e sedia si allontanavano verso gli ascensori. [commenta sul post originale]

Il risveglio del ricordo

4 – Il risveglio del ricordo.

I suoi sensi a poco a poco si destarono e riconobbe la linguetta umidiccia di Trudy. Si sollevò in piedi, stranita da quello svenimento. L’udito le comunicò che in cucina l’attendeva il bollitore e nell’avviarsi per spegnerlo lasciò un biscottino alla birichina.

La torta esalava un filo di fumo caldo, lì sul davanzale della finestra, dove l’aveva messa per raffreddarsi. Aveva un aspetto delizioso e mentre il bollitore si calmava, il suo sguardo andò oltre il dolce appena sfornato, perdendosi nel bagliore dorato dei campi di grano maturi di Carlos Guerrini, l’unico vicino davvero vicino che poteva andare a trovare di tanto in tanto, era un uomo di mezz’età, con una moglie che non era più nella dimensione fisica ed una figlia che lavorava con successo a Londra come assistente di… non ricordava più quale stilista.
I suoi campi di grano erano magici, pareva che da loro nascesse il sole stesso.

«Fin quando il sole esisterà esisterai anche tu per me».
«E fino a quando potrò cacciare nella luna piena tu sarai dentro ogni mio battito».

Le era venuto in mente all’improvviso ma dove lo aveva letto? Uno scambio di promesse? Due che si amavano? Ebbe una fitta al cuore molto dolorosa e non capiva né perché, né da dove avesse tratto quello scambio di battute.

L’oro dei campi ondeggianti in lontananza la riportò in quella stanza e abbassò lo sguardo sulla cagnolina che dormicchiava sul cuscino morbidoso accanto alla porta.
Quella cucina in stile country, ordinata, ricolma di accessori, con la torta a raffreddare sul davanzale, la sua cucina.. la sua? Cucina?
I pensieri si annebbiarono, in contrasto tra loro, c’era qualcosa che non le quadrava, nemmeno si ricordava di averla cucinata, quella torta, e d’improvviso la vista le si annebbiò, oppure era la stanza a farlo?

«Sapevi che il tuo compito era quello di proteggere e difendere, l’amore lascialo agli Eretto, tu sei diversa e come tale ti devi comportare. Sei nata nei cristalli dell’Arcobaleno, dopo la tempesta, nessuna delle tue sorelle ha mai disatteso il suo compito, perché tu sei diversa? Mi dispiace. Esilio!»

E questo da dove arrivava?
Fuori divenne grigio, i colori divennero smorti, anche dentro casa divenne grigio ed era come se tutto si sciogliesse, il vento  sbatteva tutto con violenza e la finestra si apriva e chiudeva in continuazione, sbattendo forte, finché evidentemente il gancio si chiuse da solo, bloccando la finestra, che smise di fare quel rumore assordante.
Portandosi le mani alle tempie, in preda alla paura, udì scaturire dalle viscere di sè un grido di terrore e un istinto forte la indusse a gettarsi sulla sua cagnolina impaurita, per proteggerla. China su di lei, circondandola con le braccia sentì immediatamente la calma irradiarsi nella piccola, e con il volto scrutò ripetutamente la stanza che sembrava sciogliersi come melassa, le cui tonalità di grigio si scurivano sempre più.
Un forte scricchiolio proveniente dalla finestra chiusa attirò il suo sguardo e cercando di mettere a fuoco sentì una sensazione calda irradiarsi dal suo cuore.
Quando mise a fuoco osservò il grosso volatile dalla faccia a cuore sbattere ripetutamente sulla finestra, il becco spalancato come a volerla chiamare, gli artigli che scricchiolavano ferocemente sul vetro e seppe per certo che lui sarebbe riuscito a distruggere quella finestra pur di salvarla!  [commenta sul post originale]

Legata nell'Anima

5-Legata nell’Anima.

Spalancò gli occhi, il suo corpo s’inarcò in un singulto disperato e ancora prima di accorgersi che aveva le cinghie di sicurezza lo vide, era vero, sì era vero questa volta, era lui, era fuori e cercava smanioso di distruggere quelle inferriate.
Poteva vedere la ferocia nei suoi occhi e pareva udire ogni suo grido di rabbia, poteva sentire le sue ali felpate urtare con violenza le sbarre e poteva vedere la grinta con cui cercava di distruggere l’ostacolo che li separavano e fu allora che riuscì a ricordare tutto.

In un muto grido, inudibile all’orecchio umano, lo pregò, lo implorò e lo insultò, esortandolo ad andarsene via, allontanarsi mille miglia via da lì, perché solo in quel momento si ricordò chi fosse, da dove venisse e che cosa aveva fatto. Fatto in tutti i sensi!
E soprattutto con quale creatura avesse a che fare: l’Eretto, da sempre distruttore del mondo della Natura.

Lui smise di agitarsi e rimase aggrappato, saldo alle inferriate, per alcuni lunghi istanti, saldo con gli artigli ma con le ali flosce, perdendosi nei suoi occhi color della notte, il suo cuore di rapace faceva le capriole di felicità per averla ritrovata, aprendo e chiudendo il becco, capendo benissimo quello che lei stava comunicandoli: pericolo! Vattene, scappa! Conosceva bene le azioni senza ragione dell’Eretto, ma non riusciva a lasciarla, sarebbe rimasto lì fino alla morte pur di bearsi di lei.

Fiore, morta dentro, lanciò un ultimo disperato monito visivo prima di vederlo lottare contro le sue stesse zampe e riprendere la notte con la salvezza in essa contenuta.
Sprofondò nuovamente nelle lenzuola madide del suo sudore e chiuse gli occhi lasciandosi inondare dai ricordi. [commenta sul post originale]

PARTE SECONDA

Storm, cacciatore di tempesta

6-Storm, cacciatore di tempesta.
Nome in latino: Tyto Alba, altrimenti chiamato Barbagianni, noi lo soprannomineremo Gufo Bianco.
Si chiama Storm, primogenito di 3 pulli, l’unico maschio.
L’uovo di Storm si è schiuso durante una tempesta. E’ un Gufo forte, generoso, si è prodigato per aiutare la comunità e la sua famiglia, partecipando all’addestramento delle sue sorelle. E’ curioso e singolare e si spinge oltre tutto quello che è proibito.
Senza volerlo i suoi genitori gli hanno donato un nome infausto: Storm, tempesta.
Florya è stata la prima Fata che ha visto, con lei ha imparato come funziona il mondo della Natura, come le sue varie gerarchie lottino costantemente nell’impedire l’avanzata terribile di quello che chiamano ‘Eretto’, altrimenti detto Uomo.
Ma Florya è anche stata la sua rovina, con lei ha varcato un altro confine, un confine pericoloso, proibito.
La prima volta che si sono visti è come se si fosse infranto il cielo su di loro, se solo avessero sentito nella loro vita un vetro frantumarsi avrebbero capito che era il suono giusto per descrivere le emozioni dei loro sensi, un cielo caldo infranto sui loro cuori. Ma se il cielo s’infrange è la rovina del pianeta, così è nato il loro amore infausto, nel nome della rovina.

Ma a loro non importa, come a tutti i giovani innamorati ovviamente, loro vogliono solo bearsi l’uno dell’altra, le loro anime hanno sete di conoscenza.
E mentre Storm le insegnava a volare, lei insegnava a lui ad accudire la Natura e, proprio quest’ultima, Signora suprema del creato, non si può dire di averle negato la possibilità di correggersi.
Così Florya dell’Arcobaleno perde il suo regno e la sua Natura, punizione dura questa, così come quella di Storm, che sebbene sia rimasto nella sua terra e impunito in quanto specie da proteggere, avrebbe preferito morire e poco gli interessava che la sua famiglia lo avesse abbandonato così come aveva perso il prestigio che si era costruito. Solo e reietto nel bosco, nella disperata ricerca della sua amata. Usurpando territori che non sono suoi, sfidando l’Eretto, quasi sperando nel dolce oblio della morte.
Florya e StormQuesta è la storia di una Fata Guerriera, esiliata per essersi innamorata di un Gufo.
«E’ proibito».
Ha decretato Madre Natura, ma si sa che niente è proibito per l’amore.
Ma Florya è una protettrice, per giunta della Stirpe Maggiore, discende direttamente dalla Grande Madre.
Le viene inflitta la pena maggiore: perdita dei poteri, disconnessione con la Natura e impianto mentale di ricordi altrui. Ma è la figlia della Dea Madre! La legge, però, è inflessibile ed uguale per tutti.

Nel regno del pollo il gufo viene come un dio. Il vento vissuto nella pelle. Pioggia sottile nelle ossa. Il gufo sorge come il giorno.
Sono un gufo, sono un gufo!
George Macbeth [commenta sul post originale]

Bramando la morte

7 – Bramando la morte

Nel cielo si levò un clangore quasi metallico, un groviglio di piume, becchi e artigli, danzava il gioco della morte!
L’alba si era trasformata in giorno da un pezzo e il sole caldo brillava nel cielo, due giovani scoiattoli sporgevano poco fuori dal loro albero per assistere al tetro spettacolo nel cielo: un’Astore ed un Gufo Bianco se le stavano dando di santa ragione!
L’imponente rapace diurno era decisamente più grosso del bianco Gufo e sebbene istinto e artigli gli gridavano di uccidere quell’intruso, riuscì a controllarsi quel tanto che bastava a ricordare le gravi pene a cui andavano incontro coloro che infrangevano il Trattato.
Solo quello salvarono la vita al Gufo Bianco.

Il grosso Astore non pote fare a meno che darsela a gambe, poiché il rapace della notte non ne voleva sapere di venire a patti con la ragione, né di rendersi conto che protrarre lo scontro era un suicidio.

Storm discese addentrandosi in un albero frondoso e lì si artigliò, si sentiva soddisfatto, aveva saziato la sua bramosia, scaricato l’adrenalina e calmato i suoi nervi, aveva dimostrato non solo che era il re della notte ma anche del giorno, aveva perso qualche piuma? Che importava! Lo aveva battuto!
Solo che non era più lucido da ricordare il Trattato, che in altri tempi conosceva a memoria, non si era nemmeno reso conto del suo corpo debilitato e scarno. Come un ubriaco pensava solo a dormire e cercare rogne sia con le creature del giorno che quelle della notte. Nessuno tanto, era più suo amico.

Sapeva che Florya non poteva essere semplicemente sparita, ma non aveva potuto apprendere notizia alcuna, era solo ormai, l’unica cosa che poteva continuare a fare era combattere e riposarsi. Non sapeva da dove cominciare, non sapeva nulla, ma percepiva chiaramente che qualcosa era andato storto per lei, per la sua Florya!
Non c’era bisogno che qualcuno gli dicesse qualcosa dal momento che conosceva bene la legge!

Le prime settimane non erano state difficili.
La sua famiglia che gli voltava le spalle ed i membri della guardia, suoi amici più intimi, che non lo avevano più avvicinato, poco gli importava di essere stato estromesso dalla guardia e dalla sua famiglia. Anche l’aver interrotto l’istruzione per lui era nulla di ché.
Quelle settimane passate con lei avevano reso tutto leggero, invisibile, inesistente. Poi, all’improvviso Florya, non c’è stata più, sparita!
La laguna segreta dei loro incontri, da magica era diventata niente, insignificante. Senza la sua luce il mondo era uno schifo.
Ci si era recato ogni giorno, fino a che aveva deciso di non allontanarsi proprio più, cibandosi solo con il necessario. Poi un giorno, non sapeva quale, gli era venuto l’impulso di alzarsi e combattere tutto quello che gli avrebbe ostacolato la strada. E così fece.

Era stanco, ora, e debilitato, ma quello non gli importava, o forse nemmeno se ne era accorto, per lui aveva semplicemente vinto la battaglia e se Florya fosse stata presente sarebbe stata fiera di lui? Il sonno prese il suo corpo e la sua mente, proprio mentre elucubrava sul fatto che non avrebbe avuto bisogno di nulla di tutto quello che stava facendo se lei non lo avesse abbandonato… abbandonato… [commenta sul post originale]

Essere nessuno

8-Essere nessuno.

Furono i richiami degli Allocchi a disturbare il suo sonno drogato di melanconia.
Era notte inoltrata, ci volle molto, troppo tempo per rendersi conto di essersi addormentato nel posto sbagliato, non ebbe nemmeno il tempo di spiegare le ali che un gruppo di quattro maschi in chiaro atteggiamento aggressivo lo circondarono, altri due si appollaiarono poco più lontano, con lo sguardo attento.

Una parte di lui sorrise, sorrise anche esternamente. sfacciato, mentre l’euforia della morte gli prorompeva nuovamente da un punto imprecisato dentro di lui, distese gli artigli, sfregandoli sul tronco, in chiaro segno di sfida. L’altra parte di lui, invece, si contorceva disperatamente, pregandolo, implorandolo di preservare la sua vita.
Le due parti si guardarono, con un angelo e un demone, e Storm ebbe la certezza che sarebbe morto quel giorno e la cosa lo riempiva di ebbrezza.

«Dubito fortemente che non vi sia giunta la notizia della battaglia di oggi. Ho fatto filare quell’Astore come fosse stato un cardellino».
La sua voce era roca e il suo smalto di possanza era sbiadito da tempo ormai, ma lui non lo sapeva, non poteva vedersi con gli occhi della realtà.
L’Allocco più vicino fece schioccare il becco e dopo aver scambiato un veloce sguardo con altri tornò a guardarlo con gli artigli frementi.
«Allora è vero. Alla fine la tempesta ti ha abbattuto!»
Disse velenoso.
«Sai perfettamente che basto solo io per squartarti dalla gola alla coda, conciato come sei, vero?»
Storm reagì immediatamente, ma nello stesso istante uno degli Allocchi era già piombato su di lui e in un breve colluttazione di ali e artigli si ritrovarono distesi nel sottobosco, Storm era schiacciato a terra dall’Allocco, un’artiglio sullo stomaco ed uno sulla gola. Capì all’improvviso che qualcosa era andato storto e quella voce che lo implorava di salvarsi tornò alla carica. Lui rimase immobile.
«Non servirebbe nemmeno un grande sforzo per squartarti, basterebbe che tu tentassi di muoverti. E adesso zitto e ascolta, ‘gringo’!»
Sibilò l’Allocco che gli stava sopra, gasandosi del suo apprendimento concluso, proprio sull’Eretto.

Il primo Allocco che gli aveva parlato scese giù, al suo fianco, ora lo riconobbe, era Kring della famiglia a nord del lago nero, al confine con le montagne brulle, la ragione gli ricordò che nella gerarchia, Kring, gli avrebbe dovuto portare rispetto e allora capì che la follia si era impadronita di lui.
«Io me ne starei buonino se fossi in te»
Iniziò sprezzante.
«Anche perché nelle condizioni in cui sei finiresti in bocca ad una volpe senza nemmeno renderti conto della nostra fulminea fuga»
Rincarò pungente.
«Ora, si dà il caso che sono mesi che te ne vai in giro ad attaccar briga con i membri dei clan che la vostra famiglia, nel Trattato, dovrebbe proteggere, giusto?»
I suoi occhi scrutarono quelli di Storm, il quale in un impeto di furia e orgoglio ribatté:
«Sei solo sterco di gazza Kring… un enorme sterco di..»
La presa sul collo dell’altro Allocco lo fece tossire e Kring rise, di gusto.
«Non sei nella posizione di trattare Storm, taci, e ringrazia il Trattato! Ringrazia di cuore il Trattato se oggi non sei morto con l’Astore, ringrazia che non morirai stanotte né per zampa nostra né per zampa di altri!»
Ringhiò, tornando immediatamente serio, poi con un balzo fu su Storm e con un’ala roteò lo sguardo del bianco Gufo in tutti i punti chiave dove gli altri Allocchi facevano la guardia, per salvaguardare la vita del loro leader.
Storm, amareggiato, si lasciò sfuggire un risolino sardonico:
«Devo fare così schifo, che nemmeno la morte mi vuole»
Kring si unì alla sua risata annuendo.
«E per quella Fata che ti sei ridotto a cacca di lumaca?»
Storm ebbe un fremito e dovette chiudere gli occhi imponendosi la calma, per non saltare in aria come una bomba, l’Allocco se ne accorse e rincarò la dose:
«Ma come si fa ad avere l’impulso con un essere che non è della tua specie?!»
Storm spalancò gli occhi, furente, come se un’entità maligna si fosse impossessato del suo corpo e fu in quell’istante che Kring si rese conto che il grande Gufo Bianco non aveva ancora esaurito tutte le sue cartucce. [commenta sul post originale]

Istinto di Generale

9-Istinto di Generale.

Proprio in quel medesimo istante Storm, con una manovra imparata dai duri addestramenti giornalieri che lo avevano reso Generale, riuscì a liberarsi e mentre gli artigli dell’Allocco che lo tenevano imprigionato incidevano le sue carni sul petto, incurante si lanciava come un leone addosso a Kring, lo schiocco dell’impatto attirò l’attenzione degli altri Allocchi, ma questa volta lui fu più veloce, un artiglio sul petto ed uno sulla gola e parlò, seppur roco, scandendo bene le parole:

«Resterei di guardia fossi in voi, non vorrei mai che questa feccia di passero venisse agguantato da una bella volpe…»
Il suo udito fine confermò l’immobilità degli Allocchi, mentre il suo sguardo glaciale era freddo e determinato in quello di Kring.
«Ora, cerchiamo di capire…»
Cominciò ad esporre, scaltro.
«…Non sono venuto io da voi, quindi a meno che non stiate studiando manovre evasive, che cosa volevate, Signori miei?».
La risposta gli arrivò da uno del gruppo
«Nessuno ti vuole più qui».
Quella semplice affermazione lo scavò ancor di più dentro e Kring si accorse che il suo sguardo perse qualche battito di ciglia.
Dentro di lui, era sempre bruciato il desiderio di arrivare alla celebrazione annuale dell’accoppiamento, solo per avere la possibilità di avere un regolare combattimento con il grande Storm, nato nella tempesta. Ma quello che aveva davanti era solo uno scheletro.
Diviso tra la voglia di ucciderlo per essersi ridotto così e la voglia di essergli comunque amico, proseguì il discorso:
«C’è la probabilità che le Civette delle montagne brulle sappiano dove sia finita la Fata».
Concluse amareggiato.
«E se cortesemente ora mi liberi…».
Il Gufo Bianco mollò la presa, rimanendo inebetito dalla sua rivelazione, mentre Kring si rialzava, un Allocco lì vicino fece per fiondarsi su Storm, ma il capo fermò la sua avanzata con un ala ed un secco no. «Non saremo noi la sua fine, il Trattato!»
Esclamò al compagno, ammonendolo. [commenta sul post originale]

Una pista da seguire

10-Una pista da seguire.

Kring, in un impeto di rabbia per essere stato soggiogato, congedò tutti, intimando loro di fare da palo sui rami degli alberi e quando questi si allontanarono obbedendo, lui rimase a lungo in silenzio, a guardare quello che era stato il Gufo più rinomato della valle. Un Gufo di sangue reale, un dominante e si chiese pigramente se un giorno l’amore avesse ridotto così anche lui. Rabbrividì.

In un paio di saltelli si pose davanti a Storm e vide il sottile filo di sangue che scorreva sul suo petto lacerato, poi il Gufo Bianco levò il suo sguardo vitreo su di lui e chiese flebile:
«Nient’altro?».
Kring sorrise.
«E’ stata intercettata una Civetta femmina nel nostro territorio, cinque notti fa. Come tu sai devono saper raccontare qualcosa di interessante per giustificare la loro infrazione e sai anche che, quando infrangono i nostri territori di caccia, lo fanno solo perché hanno notizie dalle fondamenta certe.
Una notizia, una notte di cibo».
Fece una pausa, osservando di tanto in tanto le postazioni di controllo per accertarsi che tutto fosse tranquillo.
«Ma tu sai anche che delle Civette ci si può fidare come invece no..»
Storm ricadde nel suo stato d’ira e gli ringhiò addosso:
«Dov’è, lei!?!»
Kring mantenne la posizione, caparbio, non era grosso come Storm, ma quasi.
«Calmati, sei ferito, dove credi di andare così?»
Per Storm fu troppo e nell’impeto di balzargli addosso non si accorse che il mondo si era capovolto ed era diventato nero. Tutto aveva smesso di cessare e il suo corpo si afflosciò al suolo. [commenta sul post originale]

Io sono Florya dell'Arcobaleno

11- Io sono Florya dell’Arcobaleno.

L’avevano chiamata Fiore senza sapere com’erano andati vicini al suo nome vero. Ma lei era Florya dell’Arcobaleno. Era nata nei colori dell’Arcobaleno che appariva dopo la tempesta, secoli addietro, quando ancora il mondo era ancora più verde che grigio.
Era figlia di Madre Natura, come tutte le sue sorelle sparse sul Pianeta Terra.

Vi erano molte categorie di Fate: le principali creavano, cercando disperatamente di contrastare l’avanzata degli Eretto, altre erano addette ai fenomeni del cielo, altre ancora della terra ed altre categorie ancora.
Lei era una Fata Guerriera, ed era nel corpo di guardia, ne era a capo, un’intera regione era sotto la sua responsabilità, ogni minimo movimento, ogni intrusione, ogni infrazione del Trattato veniva sottoposta a lei.

Nella comunità degli Eretto, nel corso dei secoli, era nata una società, segreta al resto dei propri simili, si facevano chiamare Dominus Erectus (Il signore Eretto), i cui componenti si occupavano delle varie transazioni tra loro e il regno della Natura, i Gaiani.
Florya li conosceva tutti, sia quelli viventi, che quelli che non c’erano più.

La Dominus Erectus… questo nome da una parte la divertiva, dall’altra invece provava una sorda rabbia, nel corso dei secoli l’Eretto era riuscito ad aggirare il Trattato diverse volte, annientando una marea di zone verdi e il regno della Natura si assottigliava sempre più nel corso delle ere.
Questa cosa la faceva sentire inadeguata e non perdeva occasione di vendicarsi anche uccidendo! E certe volte ci riusciva, senza però uscire dai termini del Trattato.

Il regno della Natura, per certi versi, assomigliava a quello degli Eretto, con l’unica differenza che i primi osservavano e rispettavano rigorosamente la sottile legge della Natura, l’Eretto invece era come le sue macchine, dove passava lui rimaneva solo morte e deserto. [commenta sul post originale]

Viaggio nel ricordo.

12- Viaggio nel ricordo.

Sdraiata e legata poteva solo pensare e ricordare, il suo sguardo si girò ancora verso la finestrella in alto, scrutò attraverso le sbarre, lo fece attentamente perché, se da un lato sperava di vederlo ancora, dall’altro sapeva che era un gioco pericoloso, si era imposta la calma e ci era riuscita, non voleva certo perderla ora. Adesso doveva recuperare quello che era rimasto di lei.
Un lampo mentale le riempì gli occhi della memoria col ricordo della Madre di tutti e amareggiata contemplò in un sussurrò la sua condizione:
«Esiliata…»
Mormorò in una smorfia amara. Certo, rifletteva, ora con la mente lucida era perfettamente cosciente che Madre Natura non aveva altra scelta che fare in questo modo. L’Eretto aveva guadagnato fin troppo terreno nei secoli, anche con la guardia alta delle Fate Guerriere. Cosa ne sarebbe stato della sua guarnigione se il suo generale era allo sbando?
Allo sbando!
Era innamorata!

L’amore, lo conosceva per apprendimento, era una condizione degli Eretto, i quali divenivano quasi completamente succubi del compagno, o della compagna, la capacità di ragionamento calava drasticamente. Poi c’erano le varianti, Eretto che si prendevano gioco di altri, per non parlare degli episodi peggiori.

Fece una smorfia, socchiudendo gli occhi, ora doveva solo pensare di uscire di lì, fuggire da quell’inferno.
Gli odori del suo Regno che erano emersi nei ricordi stavano abbandonando i suoi sensi, in favore dell’atmosfera odorosa di disinfettante all’interno della stanza piccina, la luce crescente illuminava le pareti imbottite color bianco latte. Stava sorgendo il sole e quella stanza, di giorno, la faceva impazzire, la luce solare, unita al pallore di quelle pareti le rendeva difficile capire la realtà dal sogno, di lì a poco sarebbero venuti per esaminarla, se le analisi agli occhi e la verifica dei tremiti risultava negativa, sarebbe potuta tornare nella sala con gli altri. Quel ricordo le fece venire un conato allo stomaco e senza potersi controllare oltre cercò di sporgersi il più possibile e il suo corpo rigettò tutto il veleno e l’ansia accumulate in… non sapeva quanto tempo. Non fece nemmeno in tempo a riprendersi che la serratura scattò, ed ebbe la certezza che quel giorno sarebbe rimasta lì dentro, forse addirittura legata.  [commenta sul post originale]

Subire e sperare

13 – Subire e sperare.

L’infermiere entrò, era quello nuovo, quello che l’aveva riportata in cella il giorno prima, bastò questo a confermare la sua ipotesi.
Il ragazzo entrò richiudendosi la porta alle spalle, il cervello di Florya cercò di attivarsi ma il lungo uso dei medicinali somministrati in quel carcere le aveva inibito anche quelle poche capacità cognitive da Eretto, qual’era divenuta. Decise per la passività, francamente era esausta di tutto quel lottare.
«Buongiorno Fiore!»
Salutò educatamente l’infermiere. Il suo primo impulso era quello di saltargli addosso e stroncare la sua piccola, miserabile vita, tanto, per la durata che aveva!
Madre Natura poteva anche averla esiliata e privata dei poteri, ma la sua irruenza non l’aveva potuta estirpare, era insita in Florya come una radice di gramigna; alzò un sopracciglio e si dovette trattenere dal chiedergli cosa ci fosse di buono in quel giorno, specialmente per lei. Lui si accorse della sua espressione, era giovane e nuovo, ma non scemo e questo lei lo incamerò a buon uso futuro.
«Oggi hai un’agenda piuttosto piena»
Scherzò facendole l’occhiolino. Florya sorrise e seppe che la debolezza maschile per l’altro sesso poteva forse tirarla fuori da lì. Tacque, non voleva fare passi falsi, doveva capire attentamente come poter muoversi.
«Non stai migliorando Fiore, diciamocela tutta. Il Dottor Frugalli oggi farà il giro settimanale, ma…»
E fece una pausa da attore consumato.
«Hai anche una visita».
Le balenò in mente la donna che l’aveva portata tra gli Eretto, per poi finire lì dentro, era venuta a trovarla diverse volte, le suggerivano i ricordi, Gina, era il suo nome. Il disgusto che le salì dallo stomaco rischiò di farla vomitare ancora, ma miracolosamente riuscì ad avere abbastanza autocontrollo per trattenersi, non avrebbe sopportato di regalare una scena umiliante all’infermiere, che non perse tempo ad accorgersi del suo malessere precedente e mentre si godeva la scena, umiliante per lui, che doveva pulire, le vennero in mente diversi modi per sterminare ogni singolo individuo di quel posto dell’orrore.
Se avesse avuto i suoi poteri avrebbe usato i più violenti e devastanti, godendo nell’infrangere il Trattato e arrivare anche allo scontro diretto con la Dominus Erectus, ma invece tacque e sorrise, mentre nella sua testolina bruciata dai farmaci cominciava ad elaborare un modo per convincere i membri della Dominus a tirarla fuori da lì. [commenta sul post originale]

Il sipario della politica

14 – Il sipario della politica.

Modi per usare la femmina di Eretto ne aveva diversi in testa, il problema maggiore che la affliggeva riguardava la Dominus: l’intero corpo di quella società la odiava, e l’odio era passato da generazione in generazione.
Loro la volevano morta.

Florya è stata sempre una outsider, anche nel suo regno di Fata Guerriera, tuttavia Madre Natura tollerava i suoi modi bruschi, a volte tendenti sulla violenza.
La Natura era per buona parte meraviglia sì, ma un’altra grossa parte era istinto e violenza, in special modo nella difesa delle proprietà, e Florya, come molte altre Fate Guerriere, sapeva gestirla bene, molte guerre epocali si erano concluse in favore di Madre Natura, grazie a Florya come conduttrice dei plotoni. Era fiera della sua figlia più preziosa.

L’esilio aveva spezzato una parte del suo io supremo, senza contare che aveva perso un elemento vitale per la difesa. Narya era una buona sostituta, ma mancava di quello spiraglio di vita che in Florya ardeva come un fuoco indomabile.
Esiliarla le era costato tremendamente.

Madre Natura osservava, anzi, aveva osservato sin dall’inizio il destino di Florya. Languidamente distesa nel suo antro di smeraldo, osservava le sue sfere, una in particolare le mostrava il risveglio di sua figlia, osservava la tenacia del Gufo Bianco che l’aveva trovata e sapeva, dentro di sè, di non poter permetterlo. Sapeva che Florya avrebbe dovuto soffrire ancora e così lei. Avrebbero sofferto insieme come Madre e figlia… [commenta sul post originale]

Impara l’arte e mettila da parte

15 – Impara l’arte e mettila da parte.

Dopo la crisi del giorno prima e con tutto quel viavai non si stupì che la lasciassero con le cinghie, ma tutto sommato fu contenta così, il suo risveglio memoriale non escludeva quello istintivo e temeva che il suo corpo reagisse in automatico, commettendo chissà quale follia e finendo chissà in quale reparto oscuro, in cui si sarebbero dimenticati per sempre di lei.
Il medico l’aveva ispezionata, analizzata, ribaltata, bucata per un prelievo e fatto una bella chiacchierata , cercò di pensare a cose calmanti e fu brava perché sorrise, il tanto che bastava, tanto che il medico sorpreso le disse:
«Se non fosse per il fatto che proprio io ti ho seguito dal principio, sembreresti una persona normalissima…»
Le misurò la pressione.
«Facciamo così: oggi te ne stai tranquilla qui. In tarda mattinata avrai anche una visita. Niente pillole e solo buon cibo. Poi una nottata ristoratrice e domani iniziamo una nuova fase. Che ne dici?»
Florya sorrise, apparentemente serena.
«Grazie.»
Si limitò a dire, cercando di mostrare la massima sincerità, immaginando come sarebbe stato bello spezzare il collo a quel dottorino sapientone. L’unica cosa buona da quella visita fu che il medico accettò la sua richiesta di lasciare la luce spenta, gli infermieri di turno acconsentirono docilmente. [commenta sul post originale]

L’incontro con Gina Testi16 – L’incontro con Gina Testi.

Era immersa in un sonno-veglia auto-imposto, in quella penombra era facile ritornare alla laguna segreta e sentire le sue piume così impalpabili, ma che sapevano sprigionare il calore del sole, si divertiva a prenderlo in giro, domandandogli come facesse una creatura della notte ad essere così calda, e finivano sempre per rotolare nell’acqua.
click.
Bastò un attimo ed i suoi occhi tornarono vigili, era lei, la donna che l’aveva trascinata là dentro, cercò dentro di sé tutta la pace che ricordava del suo mondo per affrontare quella situazione e giocarsi bene le sue carte.
Sentì l’infermiere spiegare all’ospite che per richiesta della paziente la luce doveva rimanere spenta, udì la donna acconsentire, poi un altro clik le fece capire che le danze erano iniziate.
Attese la donna che, facendo meno rumore possibile, prese una sedia e si accostò al letto. Dopo essersi seduta cercò lo sguardo della ragazza e rimase quasi paralizzata nell’accorgersi che era sveglia.
«Ciao Fiore, sono …»
«Mi ricordo chi sei.»
La interruppe Florya. La donna armeggiò con dei cestini di vimini, ne estrasse un vassoio e Florya percepì il profumo del bosco, inspirò l’odore di casa sua e in quell’istante seppe che se non trovava presto un modo per uscire di lì sarebbe avvizzita come un iris, pochi giorni e bum. Morta.
Ci fu un momento imbarazzante di silenzio e poi Florya le fece cenno alle sue braccia, alzando i polsi per quel che poteva e dopo un paio di sguardi la donna capì che non avrebbe accettato di essere imboccata, ripose nuovamente i dolci nella cesta e capitolò dicendole che le avrebbe mangiate l’indomani.
«C’è una cosa che devo sapere…»
Iniziò Florya, tentennante.
«…Anzi, forse c’è n’è più di una».
Florya teneva lo sguardo fisso su di lei e nonostante la stanza fosse illuminata solo dalla luce diurna che penetrava dalla finestra alta, la vide mandare giù a vuoto diverse volte prima di parlare:
«Mi dispiace…»
Esplose di getto Gina, quasi come se volesse dirlo da sempre.
«Non lo sapevo, non potevo…»
Fece una pausa asciugandosi gli occhi con un fazzoletto color lillà, lei stessa profumava di quell’essenza, si capiva che era il suo profumo preferito, Florya ebbe un impulso di tenerezza verso quella femmina di Eretto e qualcosa dentro di lei cozzò contro qualcos’altro. [commenta sul post originale]

Quanto tempo

17 – Quanto tempo?

Cercò di allungare una mano verso la donna, voleva dirle che non doveva piangere, che non doveva più preoccuparsi per lei, che era forte, una Guerriera, ma le cinghie erano troppo corte, tuttavia la donna riuscì a notare il gesto e, rincuorata, con entrambe le mani afferrò delicatamente quella manina smunta e magra. Quel gesto sembrò restituire la voce e il coraggio alla donna che in un impeto riprese a parlare:
«Da quando ti ho portata in ospedale ho capito di aver commesso un errore madornale.»
Continuò a raccontare.
«Vedi… Io sono pagana e…»
Bisbigliò in un sussurro.
«Ho pregato e donato offerte alla Dea Madre da quando ero ragazzina…»
Il labbro le tremò leggermente, ma sapeva che poteva dire tutto a quella ragazza.
«Quando sei arrivata e ti ho trovata sapevo che eri un dono. Ma in quel momento ho avuto paura. Non sapevo cosa dire a mio marito. La Dea sa quanto ci ho provato. Ma lui ha deciso di portarti in ospedale e a quel punto…»
Strinse la mano alla ragazza.
«A quel punto non ho potuto fare altro che venirti a trovare, ogni volta che ho potuto.»
La donna si appoggiò allo schienale esausta, come se avesse percorso chilometri.
«Ma tu eri sempre delirante, come ti ho trovata nel bosco, lo eri anche qui. A volte eri anche .. violenta.. e mi facevano andare via. Ho pensato tante volte a che altro potevo fare di div…»
La voce di Florya la interruppe:
«Da quanto tempo? Da quanto sono qui dentro?»
Cercava di essere decisa ma la voce s’incrinò. Gina Testi cercò il perdono nei suoi occhi, ma vide solo ombre oscure che vorticavano insieme alla penombra della stanza.
«Un anno e quasi quattro mesi»
Il cuore di Florya smise di battere per un lungo momento e la sua parte razionale le riportò con feroce precisione i particolari del suo Gufo, che adesso emergevano prorompenti nella sua visione mentale e vide con precisione il suo corpo ridotto al lumicino, il suo ovale scarno, una cicatrice sul petto e le sue piume, un tempo candide, ora grige e arruffate.
Lo aveva mandato via quando avrebbe dovuto accoglierlo nel suo cuore. Dentro di lei emerse quel dolore lancinante insopportabile e capì di dover far qualcosa, di dover impedirlo e mentre lottava contro sé stessa per non squarciarsi dal dolore con l’ultima flebile forza, pregò Gina di andare con la scusa che era stanca, invitandola però a ritornare, chiamò l’infermiere in un urlo strozzato dalle lacrime. La donna si alzò di scatto, cercò imbarazzata lo sguardo della ragazza, ma nella penombra poté vedere solo il riflesso rosso dei suoi capelli.
click e poi ancora click. [commenta sul post originale]

Il muto grido del dolore

18 – Il muto grido del dolore.

A quel punto seppe che la scorta delle sue lacrime era ancora florida e nonostante le cinghie la obbligassero in una certa posizione, riuscì a ficcare la faccia sul cuscino, premendola più che poté.
Gridò.
Cercando di farlo il più silenziosamente possibile e gridò ancora. Sentì le unghie trafiggerle i palmi delle mani e desiderò liberarsi solamente per trafiggersi il cuore e finirla così, per sempre con quella tortura, dimenticando tutto, soprattutto lui.
E così capì, per certo, quali atrocità avrebbe dovuto commettere in nome del suo amore e mentre il sangue macchiava di rosso le lenzuola lei si addormentò forzatamente, sognando di distruggere le sbarre di quella maledetta finestra con la sua forza di Fata e fare suo quel Gufo Bianco, che le apparteneva di diritto, e non lasciarlo mai, mai più. [commenta sul post originale]

Cure e riparo b

19 – Cure e riparo.

All’inizio il mondo tornò a colori, ma erano sfocati e quando si rese conto di essere in una posizione innaturale cercò di sistemarsi. Fu in quel momento che il mondo quasi centrifugò.
«Fai un favore a te stesso, visto che sei ancora vivo, stai fermo!»
La calda voce femminile giunse alle sue orecchie e Storm decise di seguire il consiglio, tenne gli occhi chiusi qualche secondo, rimanendo immobile, poi tentò nuovamente e per fortuna il mondo prese le sembianze giuste.
La prima cosa che vide erano due occhi arzilli, su un corpo di Allocco femmina che non trovò collocazione nella sua memoria, poi alcuni secondi dopo l’agitazione fermentò dentro di lui.
«Dov’è lei? Dove mi trovo?!»
Cercò di alzarsi e la voce femminile chiamò aiuto con urgenza, un paio di Allocchi ben piazzati fecero irruzione nel tronco cavo e sebbene la loro stazza imponesse un certo rispetto furono piuttosto delicati.
«Maledetto Trattato…»
La sentì imprecare tra i denti. La parte aristocratica di Storm lo impose a ricomporsi e con tutta l’Autorità che aveva in corpo esclamò:
«Sto bene. Lasciatemi!»
Gli Allocchi fecero come era stato detto ma solo dopo aver avuto il consenso visivo della femmina. Quando riaprì gli occhi fu felice di metterla a fuoco subito e si assicurò di dirle che non avrebbe sporto denuncia. Che in realtà non avrebbe più fatto nulla, visto che nella sua comunità non era altro che un reietto, un dimenticato, uno spostato.
Solo dopo qualche minuto riconobbe in quella possente femmina la Matriarca Rowela.
«Il mio profondo rispetto»
Proferì Storm, abbassando lo sguardo per sottolineare la sua sincerità.
«Allora è vero. Sei diventato pazzo come una tempesta senza fine».
Lo rimproverò mentre col becco eliminava il resto dell’impiastro che gli aveva spalmato sullo squarcio nel petto. Fece un cenno ai guardiani e quando questi sparirono fuori dalla cavità, loro due rimasero soli e lei lo scrutò a lungo, pensierosa.
«Resterà una cicatrice»
Affermò incolore,
«Ma non riceverai valore per il suo significato»
Il Gufo Bianco le rispose, con la frenesia nel cuore:
«Somma Matriarca. Ho imparato molto da te sull’arte della guarigione e mi è servita in più di un’occasione…»
Fece una pausa ricordando la lotta con il tasso che gli fece quasi perdere un ala. Ma se la cavò da solo, quella volta.
«Devo andare, ora».
Le disse fremendo, per fuggire via. [commenta sul post originale]

Fremere e desiderare

20 – Fremere e desiderare.

Lei fece una risata amara.
«C’è una leggenda che parla della Tempesta e dell’Arcobaleno.. »
Si mise di fronte all’entrata, risoluta.
«E tu non andrai da nessuna parte nè stanotte nè i giorni a venire, fino a quando io deciderò il contrario!»
Storm ebbe un singulto e i suoi sensi si misero all’erta, ma prima che il controllo gli sfuggì dal corpo lei continuò:
«Stanotte ci sarà solo riposo per te, Gufo Bianco. Il Trattato è stato infranto dalla mia razza e come credi che spiegheremo a tuo padre che è stata una tua pazzia… Come credi che potremo evitare uno sco…»
«Non me ne importa niente!»
Esplose Storm ringhiando, mentre una parte di lui gli dava del pazzo. –come osava??-
«Io me ne andrò esattamente in…»
Matriarca Rowela ruggì e il suo ruggito fu così potente che scosse l’albero in cui erano rifugiati ed attirò l’attenzione degli animali notturni nei dintorni.
«Tu resterai qui, esattamente in questo posto, e ti posso garantire che non avrò bisogno delle guardie qua fuori per metterti fuori uso. Storm cacciatore di tempesta!!»
Il Gufo Bianco rimase talmente spiazzato da non trovare più nessuna argomentazione e tacque.
«Domani incontrerai la Civetta e avrete occasione di parlare e poi il resto si vedrà».
Si voltò senza nemmeno salutare e Storm udì chiaramente la Matriarca dare chiare disposizioni in merito alla sua permanenza lì.

Era prigioniero dunque, ma era così stanco e debilitato che si addormentò quasi subito con la musica della speranza che trillava nella sua Anima sanguinante e la sognò, nella loro laguna segreta, sognò il suo battito e i suoi occhi come la notte. [commenta sul post originale]

Restare nell'ombra

21 – Restare nell’ombra.

Nei giorni a seguire, all’Istitituto Himmelberg, Florya mantenne l’assoluto riserbo sul suo nome vero e sulla sua vera identità, in ogni caso il Trattato parlava chiaro: Gli Eretto devono essere all’oscuro, solo La Dominus Erectus regnava incontrastata in quell’eterna giostra di lotta e politica.
Era stata slegata dalle cinghie già dal secondo giorno e sebbene la sua sintomatologia e il suo autolesionismo fossero motivo di preoccupazione, fu comunque accompagnata nella sala grande e tenuta sotto attenta osservazione.
Tuttavia, nonostante le preoccupazioni di medici e infermieri, dovettero constatare che la paziente F24 era solo l’ombra di quell’individuo instabile e irascibile che avevano imparato a gestire, la nuova versione della paziente era più presente, più lucida e il livello di attenzione era acuito.

Il soggetto in cura, che avevano chiamato Fiore per via dei fiori che le erano stati rinvenuti addosso durante il ritrovamento, era curata con un occhio di riguardo, perché ogni paziente di quella clinica aveva una scheda, una provenienza e un nome, la paziente F24 no. Nessuna ricerca l’aveva collegata a qualsivoglia famiglia, e nessun’indagine aveva dato esiti positivi. Niente aveva potuto dare un’identità al soggetto chiamato Fiore.
Tutto questo metteva in seri guai i dirigenti: qualora le condizioni di sanità mentale della paziente F24 si fossero normalizzate entro i termini previsti dalla legge, avrebbero dovuto metterla in strada? A chi l’avrebbero affidata per i controlli post-ospedalieri?

Il Dottor Frugalli era intento ad osservarla attraverso la vetrata polarizzata con visione a senso unico. Gina Testi, la donna che l’aveva rinvenuta, ormai era quasi di casa.
Erano esattamente 2 settimane e 4 giorni che la paziente manteneva un temperamento stabile e si era assicurato di raddoppiare i controlli in ogni momento, persino in quelli di intimità, proprio per assicurarsi che non si trattasse di una deviazione psicotica, una mutazione mentale, ma aveva avuto un clamoroso insuccesso, era tutto nella norma, come se l’individuo che osservava, fosse completamente slegato dalla paziente che era giunta quella famosa sera, in stato di evidente confusione mentale e con gravi picchi di aggressività.
In quel momento la paziente stava conversando nella sala degli ospiti, insieme alla Signora Testi e le cuffie che aveva indosso riportavano un dialogo genuino, senza sfumature psicolabili. Anche gli analizzatori fonetici lo confermavano: la paziente F24 conversava amabilmente su svariate argomentazioni quali politica, pettegolezzi, con una preferenza nei confronti dell’erboristeria e della Natura, la macchina consultata dal dottore rilevava un picco emozionale quando la paziente parlava di specie animali, frutta e piante varie. Ma anche se avesse voluto ampliare la pratica, che indizi sarebbero stati quelli?
Germano Frugalli aveva conquistato con l’impegno il prestigio attribuitogli, dove sarebbe andata a finire la sua reputazione? No, era fuori luogo. Si era consultato con altri colleghi ed era giunto alla conclusione che avrebbero potuto trattenerla massimo 45 giorni, dopodiché cessavano i presupposti di qualsiasi terapia obbligatoria e la paziente, per legge, avrebbe dovuto lasciare l’edificio. [commenta sul post originale]

a young woman with her back to the camera watches her reflection in a mirror

22 – L’altra donna dentro di me.

Florya aveva magistralmente imparato a dominare le sue emozioni ed era anche riuscita a chiudere il suo Gufo in luogo sicuro, un luogo che riusciva a non aprire più di giorno, luogo in cui sprofondava con ardente desiderio soltanto nel sonno.
Sentiva di dover ancora lavorare sulla sua doppia personalità, a causa dei ricordi impiantati da sua Madre, doveva condividere il suo vero io con l’io di una persona che stava imparando a conoscere, una persona che era legata al suo cane, come lei era legata al suo Gufo.
Sandra, si chiamava questa donna, era un’Eretto femmina ed aveva 32 anni. Aveva memorizzato diversi particolari e la sua cagnolina Trudy le era anche simpatica. L’istinto le diceva che Sandra non esisteva più sulla Terra, Madre Natura aveva evidentemente pescato nel lago delle Anime la prima che andasse bene per lei.
Florya odiava gli Eretto, fosse stato per lei avrebbe rovesciato il regno della sua Madre Suprema e sarebbe partita in una crociata contro quella specie divoratrice di vita e bellezza che chiamavano Eretto. Tuttavia si sorprese nel desiderare conoscere Sandra un po’ di più.
Nei deliri avuti durante i suoi coma indotti, aveva appreso molti aspetti di quella donna, sapeva un sacco di cose su di lei, e sapeva che avrebbe avuto altro tempo per conoscerla, visto che condividevano lo stesso corpo. [commenta sul post originale]

Mantenere un profilo basso

23 – Mantenere un profilo basso.

Gina era cambiata dalla sera in cui lei si era svegliata dall’incubo, probabilmente le altre volte nell’anno precedente aveva visto solo una pazza furiosa; si era calmata, tranquillizzata. Era venuta a trovarla spesso, e ogni volta le portava dolci diversi, doveva ammetterlo, quella donna sapeva esaltare il sapore del bosco in tutti i modi possibili, anche nel salato.
Incontro dopo incontro, ottenne le diverse informazioni che le occorrevano per orientarsi: si trovava a nord nella nazione italiana, il Trentino Alto Adige, nemmeno troppo lontana dal suo territorio d’origine: l’Austria. Madre Natura non si era molto prodigata per il suo esilio.
In effetti il quadro, ora che si faceva più completo, faceva sì che la situazione le apparisse più rassicurante e in effetti aveva almeno un paio di opzioni che comunque poteva sfruttare solo con la sua improbabile amica.
La prima era contattare Rybela, il generale locale. Ma lei non era più una Fata Guerriera, non era nemmeno più una Fata in realtà, non sapeva come si sarebbe evoluta una situazione del genere, e poi, era pericoloso per un’Eretto esporsi al regno di Gaia, anche quando le avesse insegnato a squarciare il velo che divideva i loro mondi, dubitava seriamente che rimanesse in vita e Florya la voleva in vita anche perché, nonostante odiasse ammetterlo, le si era affezionata.
La sua unica, seconda opportunità, ricoprì d’ombra il suo viso e Gina se ne accorse, visto che aveva smesso di parlare, Florya era comunque una Guerriera e quindi un’acuta osservatrice e aveva notato subito la sua interruzione, sorrise.
Si era resa conto che la stavano osservando in maniera più particolare, e quindi si sforzava di essere più normale possibile, una vera Eretto, con annessi e connessi, compresi i vestiti che le aveva portato Gina, erano freschi e profumati di lavanda. Ma nonostante fosse priva di poteri, non poteva comunque essere solo un membro della civiltà degli Eretto, era comunque diversa, sapeva che se avessero analizzato le sue capacità, l’avrebbero arruolata in qualche stupida sezione speciale di qualche servizio segreto, quindi teneva un profilo basso, perché il suo unico scopo era uscire di lì. E parlava, amabilmente come una una signora aristocratica, mentre con garbo mangiava paste e beveva tè, anche se quelle non erano porcellane pregiate. I suoi occhi registravano tutto.
Gina guardava la Fata negli occhi e Florya, contraccambiava. Era arrivato il momento e valutò attentamente come muoversi, sapeva che gli incontri erano registrati sia a livello audio che video e prese la sua decisione, quindi parlò, concisa, senza particolari inflessioni nella voce. [commenta sul post originale]

Partita a scacchi con l'Eretto

24 – Partita a scacchi con l’Eretto.

«Ho avuto dei ricordi, Gina»
La donna annuì, semplicemente, in attesa. Florya valutò che forse sapeva, sin dal principio che lei non era del tutto Eretto, ma quella specie era strana, vivevano diversamente da come lei era abituata.
Per il regno della Natura una percezione era una verità, l’Eretto si perdeva in mille elucubrazioni mentali e anche quando gli si diceva la verità, se questa era al di là della sua capacità di acquisizione, il loro cervello lanciava un rifiuto all’informazione reale.
O forse aveva semplicemente paura di chiedere apertamente, non era certo il luogo per fare certe domande, sorrise maliziosa.
«Ho due indirizzi, ma non sono in questa regione, ti chiedo se vuoi comunque aiutarmi»
Sapeva che Gina non poteva, donna di famiglia con un marito iper-protettivo, ma sapeva che i dirigenti ed i Dottori avrebbero indagato e avrebbero chiesto a Gina di visionare il biglietto con gli indirizzi. Gli Eretto erano strani e per fargli fare qualcosa, spesso si doveva agire per vie traverse. E così accadde, una volta uscita, la Signora Testi fu obbligata a mostrare il biglietto, uno riportava un indirizzo nell’Italia meridionale, in Puglia, e l’altro invece era in Lombardia. Adesso era solo questione di tempo prima che qualche rappresentante della Dominus si smuovesse per fare dei controlli nientepopodimeno che in un ospedale psichiatrico. Aveva tutto il tempo di prepararsi, anche se in realtà, non le serviva neanche un minuto, non c’era nessuna riflessione sull’argomento che avrebbe affrontato e non c’era niente che interessasse maggiormente a quelli della Dominus.

Mentre l’infermiere la riaccompagnava nella sala comune, il suo sguardo cadde su tutte quelle persone malate e per un istante forse le invidiò. Se fosse stata persa come loro, persa e delirante com’era prima di svegliarsi, forse non si sarebbe sentita così, non avrebbe avuto quel senso di schifo nei confronti della sua persona e temette seriamente che i ricordi impiantati stessero modificando la sua struttura. Piegò le labbra in un sorriso amaro, chiedendosi che altro gli restava e si chiese se il suo amore l’avrebbe voluta ancora, così, patetica, debole: l’ombra di se stessa. [commenta sul post originale]

Incontro con la Civetta messaggera b

25 – Incontro con la Civetta messaggera.

Gli occhi si aprirono e il suo corpo rispose decisamente meglio, a fianco a lui c’era il solito cibo già morto, ma senza storie ingollò la preda intera ed una nuova energia emerse dal suo profondo e seppe per certo che voleva ancora vivere, per lei, voleva vivere e combattere per ritrovarla e si ripromise che da quel momento avrebbe mangiato anche controvoglia. Rinnovato da quella nuova promessa ingollò anche l’altro roditore e poi, dopo aver bevuto abbondantemente, rimase fermo immobile alcuni lunghi minuti, cercando di mettere ordine nei suoi pensieri.
Un fruscìo dietro gli fece capire che la Matriarca era giunta e le sue ali fremettero di eccitazione e di aspettativa. La salutò educatamente e quando lei gli diede licenza di uscire, lui pensò che fosse uno scherzo, ma la Somma Rowela non scherzava, mai.
La seguì, nel crepuscolo del sottobosco e si sorprese di sentire le energie ribollire sotto pelle, stupendosi del fatto che non le aveva mai percepite così intense. Forse, il suo corpo lo stava ringraziando in qualche modo e quando giunsero nei pressi di un vecchio melo semi morto, incollò i suoi occhi su quelli della Civetta e li tenne appiccicati a lei sino a che si artigliò sui rami spogli; la Matriarca fece le presentazioni, fece un cenno a Storm e li lasciò lì, da soli.

La Civetta aveva un’espressione maliziosa e sebbene eseguì un perfetto inchino, essendo a conoscenza di trovarsi di fronte un reale, lui conosceva solo il suo nome, anzi, nemmeno più quello, visto che l’aveva dimenticato. Aveva rinunciato a studiare le casate delle Civette, in quanto sono instabili, essendo perlopiù immigrati e viaggiatori incalliti. Per studiarli approfonditamente era necessario fare continui aggiornamenti annuali e lui non era interessato.
Lui la salutò con un cenno e restarono alcuni lunghi secondi a squadrarsi attentamente. Storm era diviso in due, ma la parte più grossa voleva a tutti i costi credere che quell’immigrata sapesse esattamente dove fosse la sua Florya.
Il silenzio si protrasse un po’ troppo a lungo per lui e quando capì le intenzioni della femmina, si lasciò sfuggire un sorriso amaro.
«Fammi capire Selya o Sally, perdonami ma non ricordo…»
Fece una pausa per poi guardarla con sguardo assassino. La Civetta non fece una piega e lui seppe di aver davanti un’osso duro, che per una femmina era un pregio, in ogni caso.
«… Tu speri di ottenere ancora qualcosa vero? Pensi di trovarti di fronte a qualcosa di grosso e dimmi, bella Civetta…»
Le si avvicinò pericolosamente e si stupì lui stesso di dove si stava spingendo pur di ottenere quello che voleva e subito. La Civetta ebbe un battito di imbarazzo e scostandosi su un ramo vicino parlò:
«Mio nome è Salyn.»
Storm si accorse subito della sua difficoltà nella lingua comune. Una straniera pura. Pensò tra sè. [commenta sul post originale]

Incontro con la Civetta messaggera b

26 – La Civetta d’Oriente.

«Avere notizie non più fresche però».
Faticava un poco ad esprimersi e Storm le volò a fianco per non perdere la presa psicologica conquistata. La esortò a continuare. La Civetta riprese, con la sua cadenza orientale continuando il suo racconto:
«Stato più di anno dietro. Il bosco ha parlato tanto ma io non collegato i due accaduti»
Il bosco, rimuginò, il bosco aveva parlato a tutti, tranne che a lui e il suo cuore prese a martellare, aveva capito che era il momento giusto, quello vero.
«Continua»
Biascicò esagitato, quasi sovrastandola.
«Di principio era più tanto. Tante parole, tante storie. Per me mai sentito una storia di Fata mandata…»
Cantilenò, concentrata sul racconto.
«Perdonare, io no tua lingua»
E Storm le ripeté di continuare chiedendole:
«Fata mandata, mandata dove?»
La Civetta si scrollò e rispose:
«Fata mandata via»
Mandata via dove? Si chiese disperatamente il Gufo Bianco e nel canale della ragione si insinuò pericolosamente la risposta.
«Io sentito storie dopo. Prima di tornare qui io viaggiato a sud. Durante caccia attratta da grandi suoni di Eretto»
Storm non capiva, ma si impose il silenzio per lasciarla raccontare, vista la sua difficoltà ad esprimersi
«Durante caccia io sentito tanti Eretto e andata a vedere»
La Civetta fece un occhiolino a Storm, il quale corrugò la fronte, irrequieto.
«C’era ragazza Eretto piena di fiori indosso, era a margini di bosco. Ragazza piangeva e rideva. Suoi capelli erano come fuoco accesso… acceso, scusare»
Storm ebbe un capogiro e dovette artigliarsi forte al ramo.
«Ragazza da capelli fuoco è stata presa da altro Eretto femmina»
La Civetta assunse uno sguardo di studiata concentrazione.
«Tu essere sangue reale. Io bisogno di… dite garanzie?»
Il Gufo Bianco ebbe un tic all’occhio, quella Civetta lo aveva appena … ricattato?
Dovette volgere lo sguardo nella mezza luna per trovare la forza di non saltarle addosso e spiumarla da capo a zampe.
Da quando era successo tutto, da quando Florya era sparita.. Ogni giorno che passava, ogni mese, ogni plenilunio passato a cercare di morire da qualche parte avevano fatto sì che la Fata, nella sua mente, fosse solo immaginazione e il fatto che ora, era sulla bocca di una straniera che… una straniera che voleva vendere le informazioni su di lei… [commenta sul post originale]

(L-r) Digger, voiced by DAVID WENHAM and Soren, voiced by JIM STURGESS in Warner Bros. Pictures' and Village Roadshow Pictures' family fantasy adventure

27 – Ricatti e disperazione.

Fece una smorfia di disgusto e mandò giù a vuoto cercando un po’ di quella lucidità che si era bruciato nell’ultimo anno e poi quando la fulminò con lo sguardo, chiedendole feroce che cosa volesse, si accorse semplicemente che la Civetta, sapeva benissimo quel che stava facendo, lo faceva bene e l’aveva fatto spesso, dal momento che non aveva la minima paura di lui. La Civetta sostenne fermamente il suo sguardo e quando Storm capì che lei sapeva di averlo in pugno, abbassò la guardia e si arrese.
«Io volere stesse cose che voi avete. Mangiare, avere riparo e territorio»
Storm scosse la testa, esasperato.
«Sei consapevole che non sono più nessuno? Le tue storie del bosco devono avertelo detto. Una notizia così ghiotta non può esserti sfuggita!»
Le urlò addosso, isterico.
«Io sapere cosa essere amore!! Grande Gufo Bianco, tua razza aver ucciso mio compagno. Io sapere cos’è amore!!»
Esplose la Civetta con dolore.
Storm chiuse letteralmente il becco. Florya era ancora viva, almeno sperava, ed ebbe compassione per quella povera Civetta, nessuno meritava quel dolore, nessuno!
«Tu cerchi un Gufo con il potere, ma io non sono quel Gufo, Salyn!»
Esclamò con voce intrisa di tutta l’ansia che lo divorava.
Erano parole vere, sincere, sentite e la Civetta se ne accorse e siccome non era una stupida, rispose:
«Tu sapere.. io non essere sempre così. Essere stata diversa prima…»
Fece una pausa per dare tempo al Gufo Bianco di capire.
«Fare così: tu promettere me qualcosa di grande, per grande amore di tuo cuore. Io portare là, io portare solo se tu promettere me qualcosa di uguale grande. Uguale ad amore che unisce voi due creature»
E sebbene ci volesse una buona dose di attenzione per capire il modo astruso di comunicare della Civetta, Storm aveva capito perfettamente e seppe per certo che le avrebbe regalato la cosa più grande che avrebbe potuto trovare, una volta conclusa la ricerca. Alzò un ala e, solenne, disse:
«Sigliamo con il sangue questa promessa, Civetta d’Oriente. Portami da lei e ti prometto che troverò il modo di donarti qualcosa dello stesso valore dell’amore.»
La Civetta si punse col becco e col suo sangue siglò la promessa, altrettanto fece il Gufo Bianco.
«Io fare in questo modo perché tua luce è forte. Non fare così con altri, solo con te. Noi andare prossimo tramonto».
Storm annuì e sebbene non avesse voglia di fare niente di diverso che ricordare i momenti con Florya, passò tutta la notte a cacciare e mangiare, per essere in forze, poi l’alba arrivò e quando raggiunse il tronco cavo fu sufficiente scambiare un rapido sguardo per far capire alla Matriarca che quello era il suo ultimo giorno di riposo con lei. [commenta sul post originale]

Chi semina raccoglie c

28 – Chi semina raccoglie.

All’Istituto Himmelberg, Florya aveva completamente cambiato registro comportamentale e i farmaci erano usciti dalla sua scheda clinica già da un bel pezzo.
Era talmente solare e allegra che addirittura veniva portata nelle stanze di pazienti in crisi come supporto psicologico. Si era notevolmente calmata e farlo le veniva naturale, tanto che si sentiva quasi sopraffatta da questa strana sensazione… caritatevole… sapeva che era per colpa di Sandra e una parte di lei ne era arrabbiata.
Le mancavano le battaglie, le ronde di controllo del territorio, le mancava la connessione con la sua Madre Gaia, quella sensazione di avere tutto sotto controllo, le mancava… uccidere.
Ma ora erano solo ricordi, sepolti o morti, era diventata talmente affidabile da esser lasciata libera di girare nei reparti.
A volte, durante i cambi di turno del personale, guardava le porte di sicurezza aprirsi e chiudersi e gli scorci di esterno che vedeva le facevano montare il desiderio di usare i suoi poteri perduti per uscire di lì, era una sensazione così forte da dover voltare lo sguardo e giocare con le emozioni, pur di nascondere quell’impulso.
Era ancora a metà: la Fata Guerriera duellava con la femmina di Eretto. Andava bene così.
Un giorno in cui stava aiutando a servire i pasti, il suo sguardo si alzò distrattamente verso il gabbiotto di vetro al piano superiore e un moto di eccitazione le fece perdere un battito. Un individuo stava parlando con il Dottor Frugalli! [commenta sul post originale]

In cima e poi giù, all'inferno29 – In cima e poi giù, all’inferno.

Un uomo alto e possente con cui lei, lo ricordava benissimo, aveva avuto a che fare molto, molto spesso e capì che la situazione era più complicata di quello che avrebbe desiderato.
L’uomo smise di parlare mentre il medico scartabellava dei fogli, probabilmente per recuperare l’unica documentazione disponibile su di lei e quando i loro sguardi s’incrociarono, i suoi occhi brillarono ardenti ed un sorriso sprezzante le fece capire più di qualsiasi parola.
Un brivido gelato sulla schiena la fece sentire piccola e debole e odiò visceralmente Sandra, con la sua bontà d’animo e la sua spiccata allegria. La Fata Guerriera ci avrebbe messo meno di zero per cancellare quello suo sgradevole sguardo di lussuria.
Dario Leroix, detto semplicemente Scarface, per via della cicatrice sull’occhio.
Esteticamente, per essere un Eretto era ben fatto, i capelli neri corvini lunghi, accuratamente legati con un elastico nero e i suoi occhi di ghiaccio erano più che sufficienti per vederlo sempre circondato da belle femmine di Eretto. Il suo fisico era ben messo e conosceva dei bei trucchetti in combattimento, da una parte gli piaceva, proprio per il suo livello stilistico, sopperiva la potenza naturale di Florya con trucchetti sempre nuovi e sovente riusciva a sorprenderla. Avevano avuto parecchi diverbi, a volte di legge, a volte di impulso. Non capiva perchè quell’Eretto la desiderasse così ardentemente, se aveva fior fiore di donne attorno.
Proprio lui dovevano mandare.
Si maledisse mentalmente, pentendosi di non aver pensato a qualsiasi altra soluzione in alternativa a quella.
E in quello sguardo capì che avrebbe dovuto giocare duro.
Tornò ad aiutare gli inservienti con i pasti, perché il Dottore gli si era nuovamente avvicinato e lei continuò la sua farsa, parlando coi pazienti e sorridendo, lasciando ampio spazio a Sandra, e la benedì perché le stava salvando il gioco!
Rimase tesa per diverse ore, continuando le varie attività giornaliere, fino a che una vocina dentro di lei le disse che era passato troppo tempo.
Non mi vuole vedere. S’insinuò la voce carica di panico e una nuova gamma di sentimenti tipici degli Eretto la invasero. E’ angoscia. Determinò da sola.
Quella notte la porta dei sogni del suo Gufo rimase chiusa, sigillata. Provò a prenderla a calci, a spallate, provò con una spranga, ma nulla la poteva aprire e poi sparì. Si svegliò spalancando gli occhi madida di sudore e il suo sguardo corse alla finestra alta, si alzò dal letto raggiungendo la parete e le sembrò ancora più alta, saltò più di una volta, ma non poteva volare e dopo così tanto tempo da quando si era svegliata dal suo incubo, crollò di nuovo. Si accasciò a terra e pianse, maledicendo se stessa e la sua Madre Natura che l’aveva tradita nel peggiore dei modi.
Pianse ed ogni lacrima faceva male come una lama affilata, che girava sadica, nelle sue carni.
E si sentì persa, per sempre, lì dentro. [commenta sul post originale]

Balzo nel viaggio ignoto

30 – Balzo nel viaggio ignoto.

Matriarca Rowela parlò a lungo con l’ospite, pretendeva delle garanzie di sicurezza onde evitare qualsiasi scontro con la società dei Gufi Bianchi, Storm le ripeté per l’ennesima volta, che non aveva più nessun grado, ma rimase il tempo necessario a firmare della documentazione che mettesse a riparo gli Allocchi.
Annuì alla Matriarca e salutò il resto del gruppo, quando raggiunse la Civetta d’Oriente la trovò arzilla e pimpante:
«Tempo scorre veloce. Andare ora»
Storm non aspettava altro.

La luna era sgombra e la luce che emanava illuminò le due creature della notte che, all’unisono, eseguirono quell’impercettibile piegatura che segue il balzo nel vuoto, per poi guadagnare il cielo e danzare con la notte nel loro impalpabile battito di ali, e il viaggio incominciò.

La notte era piena di rumori e di cose che si muovevano, la Civetta aveva un buon ritmo, o forse era lui che doveva riabituare il suo corpo.
Il latrato di una volpe squarciò la notte, insieme all’urlo di qualche altro animale, quella volpe non sarebbe stata più un pericolo per nessuno per il resto della notte, dato che aveva appena cacciato.
Dentro di lui stava fermentando una nuova emozione, oltre quella di raggiungere presto Florya: era la gioia della vita e sebbene i muscoli cominciavano già a dolere, non gli volle dare peso e in un impeto di orgoglio spinse se stesso proiettandosi oltre la Civetta la cui risata cristallina spezzò il silenzio di quella parte di cielo.
«Dove volere andare, tu, tuo corpo no buono!»
E rise spingendo anch’essa la forza del suo volo. Storm voltò la testa per osservarla mentre lo raggiungeva e per la prima volta dopo tanto, tanto tempo un picco di felicità fece tracollare le sue emozioni e rise anche lui, rise forte e fece entrare la gioia della vita dentro di lui e d’improvviso capì perché il suo mondo gli aveva voltato le spalle e si chiese lui stesso che diamine avesse combinato e l’immensa felicità divenne anche angoscia, timore, paura.

I Gufi Bianchi si sposano coi Gufi Bianchi, così come gli Allocchi con i membri della loro specie e così via.
E Florya non era della sua specie, si domandò per la prima volta, da quando tutto era cominciato, da dove nasceva la loro pulsione e dove li avrebbe condotti. Sapeva per certo che l’amava, anche se non capiva come e sapeva che nulla cambiava tutto ciò, ma ebbe tristezza per lei.
Mandata via. Ricordò, e nonostante si sforzasse di cacciare via quella parola, essa vorticava come un cane pazzo nella sua mente: esilio! E si riempì di voglia di spaccare il mondo. Se le avessero fatto del male… non volle proseguire nei pensieri e attaccò discorso con Salyn. [commenta sul post originale]

Il viaggio continua

31 – Il viaggio continua.

«Raccontami delle tue terre, Civetta D’Oriente, non è escluso che potrei desiderare di visitarle»
E così proseguirono il viaggio, alcuni momenti chiacchieravano, altri tacevano sino a quando la linea dei monti brulli si avvicinava, ecco, era arrivato ai limiti della sua giurisdizione, ora doveva solo pensare a bluffare e farlo al meglio, in caso di brutti incontri.
«Non manca molto all’alba, ma forse riusciamo a farci uno spuntino prima di dormire»
Fosse stato qualche settimana prima, nell’anno della sua incoscienza avrebbe viaggiato anche di giorno, e si chiese quale buona sorte l’avesse protetto da tutte le porcate che aveva combinato.
Mise da parte la sua frenesia e fece entrare in funzione la ragione, all’imbrunire sarebbero ripartiti, ora dovevano mangiare e riposarsi.
Si diedero appuntamento presso un salice frondoso, accanto al ruscello vermiglio e si ritrovarono lì l’ora successiva con lo stomaco pieno, pronti per risposare.
E il giorno prese il sopravvento con le sue cince e le gazze cercatrici, fu un sonno senza sogni, senza Florya e se ne rammaricò.
Si svegliò tardi, probabilmente il corpo chiedeva ancora riposo, accanto a lui Salyn era già sveglia.
«Tu, pronto?»
La vide con una nuova luce in quel crepuscolo al confine e si accorse di provare un sentimento… fraterno.
Sorrise annuendo e come la sera precedente, all’unisono si lanciarono nella magia del cielo, apprestandosi ad oltrepassare il confine e giungere al luogo di ritrovamento.

Entrambi erano tesi e preoccupati, sapevano che dopo la striscia dei monti brulli c’erano nuovi territori, nuove appartenenze ed entrambi, in cuor loro, speravano di non essere intercettati.
Passavano i minuti ed ogni rumore li allertava, tendendo i loro nervi. Storm si impose la calma, sapeva che se avrebbero incontrato una ronda avrebbe dovuto tirare fuori tutta la sua faccia tosta.
Passarono i quarti d’ora e le mezzore e dopo circa tre ore, increduli, superarono i boschi dei Ripper. Salyn spezzò la tensione:
«Noi fatta. Per ora. Io portare te per tutto percorso, ma tu ascoltare me»
La Civetta d’Oriente si artigliò ad un albero in attesa che lui facesse altrettanto. Il Gufo Bianco la guardò perplesso e sullo sguardo della Civetta calò un ombra che mise immediatamente Storm in allarme. [commenta sul post originale]

Barn Owl on the move at sunset in an Oak tree. July evening, Suffolk. Tyto alba

32 – Ricostruire gli eventi.

«Tu ascoltare bene bene mie parole»
Incominciò la Civetta con tono grave.
«Io mostrare te come andate cose, mostrare tutto percorso e per fine io portare lei dov’è»
Storm fece per protestare, ma la Civetta era irremovibile e poco contava che Storm cercasse di spiegarle più o meno con pazienza, che non gli importava del percorso, che doveva andare subito da Florya, fino a quando la Civetta s’inalberò, arrabbiandosi a sua volta:
«Tu quando capire cose, stupido Gufo bianco innamorato?!»
La sua reazione ebbe l’effetto sortito ed ebbe anche tutta l’attenzione per sé:
«Io cercare di limare danni in te e tu ringraziare continuando a cià cià cià cià?»
Come sempre Storm aveva bisogno di quei secondi vitali per tradurre il linguaggio della sua improbabile amica e quando comprese, l’ansia ritornò ad attanagliare il suo cuore più di prima, facendo affiorare le più negative possibilità, ed una parte di lui voleva scappare, tornare indietro e dimenticare tutto.
«D’accordo»
Fu tutto quello che riuscì a dire.
Salyn annuì e fece passare alcuni lunghi momenti prima di attivarsi, poi si alzò in volo e Storm la seguì.
«Io cacciare piccole lepri in palude nera laggiù»
Storm seguì la linea del suo sguardo.
«Poi io sentito Eretto e andata curiosare»
Si posò su uno della serie di alberi da frutto che costeggiava una proprietà degli Eretto. Allungò un ala per mostrare il territorio sottostante.
«Tua Fata camminava là, su ciottoli rossi. Quando poi, femmina di Eretto trovato lei»
Salyn si scrollò.
«Avere mangiato bene e avere riposato lì, quando alba arrivata. Poi svegliata in giorno da tante voci Eretto. Visto tanti Eretto portare via ragazza di fiori e io, io seguito per curiosità. Tu sapere che noi Civette non avere molti problemi con luce»
Poi Salyn si alzò nuovamente in volo e il Gufo Bianco la seguì, nonostante cercasse la calma, la sua mente galoppava creando le più brutte cose contenute nel suo bagaglio culturale, non aveva mai avuto così tanta paura.
«Conoscere bene percorso, io spesso qui. Faremo così: strada lunga attraverso bosco, così noi evitare Eretto» [commenta sul post originale]

A pochi battiti da lei

33 – A pochi battiti da lei.

La Civetta si muoveva molto bene tra gli alberi, a differenza dei Gufi Bianchi, ma lui proseguiva, caparbio.
Il percorso costeggiava diverse strutture abitative degli Eretto, molti di loro erano già svegli, vedeva i piccoli di Eretto sbadiglianti, uscire dalle loro tane ed entrare pigramente nelle loro macchine rombanti.
Dopo diverse decine di minuti Salyn si fermò e la raggiunse.
Il paesaggio era cambiato, davanti a loro, stagliato contro la radura grande, c’era una grossa unità abitativa. Aveva un aspetto pulito, bianca con le cornici seppia intorno alle finestre e le porte.
«Ascoltare bene me, Gufo Bianco»
Esordì Salyn.
«Tua Fata è dentro casa Eretto, ma tua Fata non più come tu ricordavi. Tu..»
Gli si avvicinò.
«Tu guardare bene me!»
Lo rimproverò aspramente.
Storm fremeva distratto, ma si forzò e distolse lo sguardo dall’edificio posandolo sulla Civetta, era impaziente e seccato.
«Tua Fata non più come tu ricordi. Tu essere forte e preparare a quello che vedere»
Sfortunatamente Salyn non ottenne l’effetto voluto perché Storm in preda al panico si alzò in volo, gridando a più non posso. La Civetta non perse tempo e gli fiondò appresso, stupendosi della forza con cui lui spingeva se stesso.
«Aspettare!!»
Lo intimava.
«Animale stupido, aspettare!!»
E in uno sforzo notevole lo sorpassò, lui comprese la sua azione e la seguì, dopo pochi secondi lei indicò una fessura della costruzione e fece cenno che avrebbe aspettato tra gli alberi. Storm però non ci fece caso, la sua testa e la sua volontà erano annullati dall’emozione ed il terrore, il suo mondo si era ridotto a lui e quella finestra. [commenta sul post originale]

Toccarti solo un istante

34 – Toccarti, solo un istante!

Si artigliò alle sbarre come poté, sostenendosi con le ali e quando i suoi occhi mandarono al cervello l’immagine dentro la stanza si sentì stritolato come tra i denti di una volpe crudele. Lei era lì!
Cominciò a gridare come un forsennato, Salyn, nascosta tra i rami era terrorizzata, divisa in due, indecisa se andare a toglierlo di lì oppure no.
Sperò ardentemente che nessun Eretto lo potesse sentire e volando di ramo in ramo, scrutò attentamente ogni possibile presenza.
Storm gridava il nome di Florya, mentre il suo cervello registrava implacabilmente ogni particolare. Il viso smagrito, il suo corpo avvolto stretto, le sue mani e le sue gambe imprigionate dalle cinghie.
Gridava e si scagliava come poteva contro quella struttura di Eretto, e lo faceva con ferocia, mentre la sua parte razionale sapeva benissimo che non poteva scalfirla.
Florya si agitava nel suo nido di Eretto, ma aveva gli occhi chiusi. Il suo desiderio era così forte da sentirsi svenire e non bastava la rabbia dentro di lui.
Poi finalmente la sua Fata si mosse e quando il suo sguardo raggiunse i suoi occhi di Gufo, il suo cuore si riempì di speranza, ma anche di immensa pena, c’era qualcosa che non quadrava in Florya.
Avevano spento la sua luce della notte!
Dal momento che i loro occhi s’incrociarono, intensificò la sua ferocia contro quelle sbarre maledette, gridandole che ce l’avrebbe messa tutta, ma negli occhi di Florya trovò solo terrore e quando lesse il suo monito di andare via, tutto il suo animo si afflosciò, rimase artigliato più saldo che poté, anche se si sentiva scivolare e le sue ali penzolavano inerti e la guardava, chiudendo e aprendo il becco, senza più sapere cosa dire, leggeva la sua paura, il suo monito verso di lui di lasciarla, di andare via. Ma come poteva lui, andare e come?!
Rimase così per quello che gli sembrò un eternità di inferno, mentre lo sguardo di Florya gridava di andarsene.
Fuggi! Salvati!
I suoi artigli scivolavano sulle infide sbarre, ma non riuscivano ad obbedire ai comandi della sua Fata e quando la realtà esterna si insinuò nuovamente nella sua sfera uditiva, i gridi di allarme di Salyn solleticarono il suo istinto di sopravvivenza. Erano allarmi di prima categoria: Eretto in avvicinamento veloce!
Lo avevano sentito, lo seppe per certo, fu quell’ultimo sguardo di Florya a convincere i suoi artigli a staccarsi definitivamente da lì e riprendere il cielo. [commenta sul post originale]

Venite e danzate con la morte

35 – Venite e danzate con la morte.

In alta quota seppe che ormai era vuoto, finito e il suo sguardo si dipinse di follia e li cercò, quei dannati Eretto, li cercò con la bramosia nel cuore e quando li vide seppe che la morte era lì con loro ad aspettarlo, nello stesso momento in cui si lanciò in assetto da guerra, Salyn comprese e spiccò lesta il volo.
Storm però era un guerriero ed un ex generale, niente a che vedere con lei, che sapeva solo sopravvivere e quando lo raggiunse era ormai troppo tardi, il Gufo Bianco si era avventato su uno degli Eretto, attaccandolo con ferocia al viso. Lei oltrepassò la scena in volo e tornò a nascondersi, col cuore martellante di paura, divisa in due, ma priva di ogni buona idea, la furia del Gufo Bianco era tale da non poter essere in nessun modo domata.
Udì l’urlo di stupore dell’Eretto e poi un secondo dopo le urla di dolore, vide l’Eretto che cercava disperatamente di liberarsi, di proteggersi, ma il Gufo Bianco era implacabile, sul prato verde rasato apparvero una dopo l’altra gocce e schizzi di sangue poi vide altri Eretto e i suoi gridi d’allarme fecero nuovamente eco su di lui, che li aveva sentiti, ma che ignorava sprezzante, avrebbe attaccato qualsiasi Eretto gli fosse capitato tra le zampe e avrebbe attaccato la struttura, trovando un buco nelle difese, sì!

Ma quando si sentì afferrare per un ala non si rese subito conto di quello che stava accadendo. Solo quando ruzzolò, colpendo abbastanza violentemente un tronco, registrò l’azione, il suo corpo da guerriero, intriso di adrenalina, tornò automaticamente in piedi e lì per terra, con l’ala dolorante e il fianco ammaccato, osservò trionfante quegli Eretto, assaporò il sapore del sangue sulla sua lingua e un ghigno satanico emerse dalle sue viscere sino alla sua espressione, da folle.

Uno di loro si allontanò portandosi via il suo trofeo di guerra, mentre gli altri due, che avevano recuperato armi di fortuna, lo guardarono a loro volta, a metà tra la paura e la difesa. Lui li guardò, aprendo e chiudendo il becco per riprendere fiato e udì, distintamente poco lontano, il richiamo allarmato della Civetta. Il suo corpo fremette, pronto al nuovo assalto, ma quando vide arrivare altri Eretto con i loro bastoni di fuoco, capì che sarebbe morto davvero e capì che non voleva morire, per amore di Florya, i cui occhi spenti ritornavano vividi  nella sua anima sanguinante.
Fu quando uno di loro imbracciò la sua arma che decise di abbandonare il campo di guerra.
Lo slancio per raggiungere il suo elemento gli procurò una fitta acuta, muovere l’ala gli costò, ma il suo addestramento fece in modo che dominasse il dolore, si allontanò immediatamente, inoltrandosi nel fitto bosco. [commenta sul post originale]

Così sia

36 – Così sia!

Quasi subito percepì la Civetta dietro di lui e fece per volare più forte, voleva allontanarla, abbandonarla, abbandonare tutto, sparire nell’oblio del nulla.
Volò e volò, inoltrandosi in territori che non gli appartenevano e che conosceva solo a livello teorico. Volò, continuò a volare, incurante del dolore sordo all’ala ferita. Dietro di lui la Civetta smise di seguirlo e lui continuò a volare, feroce e sconfitto nell’Anima.
Raggiunse un capolinea e si scagliò contro quella cascata e cominciò a gridare, sfogando tutto il suo dolore e la sua rabbia incontenibile. Attaccò furente la corrente impetuosa e per poco vi rimase invischiato, la sua ala implorava cure e riposo, ma lui imperterrito continuò a gridare e a scagliarsi contro qualsiasi cosa: alberi, rocce, acqua.
E alla fine ottenne quello che voleva, perchè dal momento della percezione seppe che ci era riuscito. Si voltò quasi immediatamente e cominciò ad avventarsi anche contro di lei, gridandole addosso fino a quando la sua voce tuonò secca nella valle.
Quindi si accasciò al suolo, esausto, guardandola con odio.
«Perchè??»
Sibilò.
«Perchè tu decidi chi può amarsi?!!»
Aggiunse con amarezza.
Eterea e splendente si sedette nel suo elemento.
«Perchè consumare energie per domande di cui conosci la risposta?»
Ribattè laconica.
Madre Natura emanò un bagliore smeraldo e tutto diventò di quel bagliore, lui compreso, cercò di sconfiggere quel senso di pace che le stava infondendo.
«Sei uno dei miei figli, come posso non amarti. La principale delle nostre leggi detta la sopravvivenza del più forte. Non angustiarti per le forze che proteggono il tuo mondo e i mondi verdi di Gaia, Storm. Lasciati avvolgere…»
E intensificò la sua Energia d’Armonia risanatrice.
Il Gufo Bianco si sentiva trasportato nell’oblio della pace delle specie e per paura di perdere la sua determinazione parlò frettolosamente:
«Ho perso la mia famiglia, i miei gradi e il mio status. Sono comunque un debole. La legge impone la mia dipartita. Ti dò la mia vita, in cambio della libertà di Florya»
Madre Natura osservò quel suo figlio scapestrato e il suo viso si dispiacque che le cose, nei secoli e nelle ére fossero peggiorate così, da quel giorno… si dispiacque che i geni della sua stirpe fossero impazziti.
Proiettò il suo sguardo su di lui e annuì.
«E sia, nobile Storm.»
Si alzò, imponente, emanando lampi di energia rossa e arancione.
«Madre Natura non uccide i suoi figli, solo la legge del più forte lo fa».
Si era avvicinata a lui, sovrastandolo nella sua pura e imponente bellezza.

Storm percepì l’odore della notte di caccia, il sapore dell’aria che gli sferzava il volto. Non aveva mai incontrato Madre Natura nella sua vita e, con la sua vicinanza, conobbe il significato della Vita. Chinò la testa in segno di ringraziamento ma soprattutto di rispetto.
«Florya è una mia figlia, Storm»
Incominciò a raccontare.
«Da Madre mi è costato prendere questa decisione, ma tu non puoi saperlo, giovane rampante creatura della notte»
I bagliori da rosso e arancione, divennero rosati «Florya … »
Bisbigliò Madre Natura.
«Tu dici che la tua vita è conclusa…»
Determinò Madre Natura.
«Ti accontento nobile Gufo, ma non sarò io a prenderla, questa tua vita». [commenta sul post originale]

Non solcherai mai più un cielo

37 – Non solcherai mai più un cielo.

Storm la guardò perplesso, poi dal suo corpo arrivarono strani segnali, non li colse subito, ma quando vi prestò attenzione, percepì una potente sensazione di dilatamento e la curiosità prese il sopravvento e il suo sguardo scrutò se stesso.
Dapprima ebbe la strana percezione di essersi fatto alto, guardò bene e da quell’alto cercò di osservare i suoi artigli, l’immagine traballava e strizzò più volte gli occhi, senza capire. Fu quando i suoi occhi guardarono le sue ali che comprese ciò che stava accadendo e nonostante il suo Io interiore esultasse, comprendendo le potenzialità di quella magia, ne fu comunque intimorito.
Madre Natura stava mutando il suo corpo in quello di un Eretto e quando la trasformazione terminò, Salyn, che era riuscita a raggiungerlo e nascondersi poco lontano, dovette strozzare un singulto di stupore.

Nella valle della cascata, Madre Natura parlava ora con un Eretto, un Eretto senza vestiti! Le era già capitato nella sua vita di trovare appartati nei boschi individui di Eretto senza vestiti, e sapeva cosa stavano facendo. Ma vedere ora Storm, di cui si era invaghita, nonostante lottasse per non ammetterlo perfino a sé stessa, in quelle sembianze, la fecero cadere in uno stato di imbarazzo e in quel momento, anche lei avrebbe voluto donare la sua vita per salvare quella del suo amato e senza rendersene conto, le lacrime le bagnarono il viso.

Storm si passò le mani ovunque, anche in mezzo alle gambe, corrugando la fronte un pò stranito dagli strani organi sessuali degli Eretto, era come se si sentisse una volpe, un lupo, un orso. I loro organi si assomigliavano.
Le sue mani continuarono l’esplorazione, si toccarono le cosce, si guardò i piedi e riuscì a muovere le dita e poi giocò anche con le sue mani, circondando parti del suo corpo e provando la forza fisica che esse avevano. Era confusionale, era come aver spostato gli artigli al posto delle ali, poiché gli arti inferiori erano meno incisivi di quelli superiori.
Ogni secondo che passava nella sua esplorazione, Madre Natura osservava paziente e attimo dopo attimo trasmetteva nella mente del giovane uomo la sapienza degli Eretto. [commenta sul post originale]

Ed ora sei un'Eretto

38 – Ed ora sei un Eretto.

Attimo dopo attimo Storm sentiva dentro di sé la consapevolezza dell’essere un Eretto, al termine dell’operazione Madre Natura parlò.
«Ti darò dei vestiti»
E così fece.
«Ma non potrò darti una nuova identità e dovrai imparare da solo ad essere un Eretto»
Storm annuiva, ancora un po’ stordito.
«Ora, la mia figlia più preziosa è nel mondo degli Eretto e non è felice, come tu hai potuto vedere. E ho donato anche a te corpo e sapienza della loro specie. Questo sarà il nostro ultimo dialogo, gli Eretto non hanno accesso al nostro mondo, Storm. Tutto quello che sarà dopo, dipenderà solo da quello che farai»
Madre Natura risplendeva di una luce verde abbagliante e quando levò le braccia al cielo il ragazzo fu sollevato e il suo trasporto ebbe inizio.
Salyn lo vide perdere i sensi, adagiarsi placido su una superficie invisibile e quando il ragazzo cominciò a muoversi con una certa velocità ebbe l’istinto di seguirlo, appena abbandonato il suo nascondiglio, una voce parlò nella sua testa:
«Veglia su di lui, Salyn, il tuo destino ora è questo»
La Civetta d’Oriente si diede della sciocca per aver creduto di rimanere nascosta di fronte alla sovrana della Natura e percepì dentro di sé come se il suo vecchio Io morì, lasciando il suo spazio ad un Io diverso, che s’ingrandiva dentro di lei, forte e prorompente, nacque il desiderio di aiutare Storm nella sua battaglia.
Così nel brusio del bosco sempre sveglio, seguì placidamente il corpo senza sensi di quello che una volta era stato un nobile Gufo Bianco. [commenta sul post originale]

Ho male sin giù dove non vedo

39 – Ho male sin giù dove non vedo.

Non c’era sole per Florya quella mattina, quando l’infermiere di turno venne a bussare alla sua stanza. Dopo un timido “avanti”, Daniel, il ragazzo giovane, entrò.
Vedendola così alzò un sopracciglio.
«Principessa dei fiori, che ti succede? Poca fame?»
Le chiese ironicamente, avvicinandosi per sentirle il polso. Florya era diventata bravissima a recitare e ignorando il vuoto dentro di lei, biascicò una scusa sull’essersi raffreddata, Sandra era una miniera di informazioni e le veniva sempre in soccorso.
Il cedimento avuto nella notte era stata un’imprudenza colossale, per lei era vitale mantenere un profilo basso, l’unico obiettivo sempre vivido era quello di evitare che tornassero ad imporle la terapia farmacologica, quella possibilità la terrorizzava, ripiombare nel baratro incosciente del sogno forzato sarebbe stato come perdere una guerra. Sperava di cuore che le analisi video fossero terminate, non poteva saperlo per certo e l’unica strada era mentire, nel caso i controlli video non fossero cessati, allora sarebbe stata nei guai seri, ma mentire era la sua priorità. In caso contrario qualche bugia l’avrebbe portata avanti nella sua crociata.
Daniel fece un assenso riguardo alla pressione che le aveva misurato e poi bisbigliò in tono da perfetto complice:
«Non te lo dovrei dire ma, oggi il Dottor Frugalli ti vuole nel suo ufficio e non penso che sia per farti dei test…»
Le strizzò l’occhio e prima di andarsene le disse che Ramona, in cucina, le aveva conservato la colazione.
Poi la salutò per proseguire il giro.

Florya si mise seduta sul letto, posò i piedi sul pavimento bianco, pulito e fresco e li premette. Non voleva farsi illusioni.
Il tempo passato dentro quell’ospedale sembrava così tanto che i suoi secoli di vita erano un soffio in confronto, nella sua vita non aveva mai combattuto una simile battaglia, gli Eretto… continuavano a non piacerle, alcuni sì, ma altri no.
Ebbe la percezione di uscire da lì e proiettarsi nel primo regno verde che avrebbe incontrato e avrebbe implorato la sua Madre Natura di ridarle i suoi poteri e di riprendersi l’Anima di Sandra, ma poi capì che per avere tutto ciò doveva rinunciare a lui, Storm cacciatore di tempesta. Comprese che la sua vita come Fata Guerriera era finita, caput, terminata.
Non riusciva a capire bene quale emozione comportasse questa terribile consapevolezza, pensò che doveva ancora allenarsi molto per comprendere ed essere appieno un’esemplare di Eretto.
Si lasciò andare indietro, appoggiando la schiena sul materasso e con la testa inclinata fece capovolgere la stanza e pensò pigramente al fatto che l’Arcobaleno arrivava sempre dopo il temporale. Lui era la tempesta e lei l’Arcobaleno, erano fatti per stare insieme, perché non poteva essere semplicemente così?  [commenta sul post originale]

L'arte delle femmine

40 – L’arte delle femmine.

Con le mani raccolse i suoi capelli con un elastico che aveva al polso e rimase così ancora a lungo, pensando, interrogando Sandra, poi non ce la fece più. La curiosità era troppa!
Si alzò di scatto, si vestì scegliendo vestiti sobri ma eleganti, si truccò come le aveva insegnato Gina, sperando di saperlo fare bene, si spazzolò e si avvolse i capelli con un fazzoletto in tinta con la gonna e infilò quelle scarpe aperte, col tacco basso, le uniche che avrebbe sopportato, poi uscì dalla sua stanza e fece una cosa che non aveva mai fatto da quando era stata portata li dentro: affrontare di petto il suo destino!
Avendo libero accesso nei reparti e nelle sale comuni, si diresse con passo sicuro nei corridoi, infermieri e altri addetti, che avevano imparato a conoscerla, furono attratti dal tic-tac che i suoi tacchi facevano ad ogni passo, alcuni si voltavano e salutavano, altri emisero fischi di gradimento e lei ebbe la conferma di avere l’aspetto giusto. Bussò timidamente alla porta dell’ufficio del Dottor Frugalli e prima di sentire il classico “avanti” ebbe la certezza che il Dottore era impegnato con qualcuno e seppe anche chi era quel qualcuno!
Quando l’invito fu pronunciato, entrò e la sua ipotesi divenne reale. Dario Leroix in persona stava amabilmente dialogando col Dottore e quando si voltò a vedere chi avesse bussato ebbe una sensazione di sorpresa che lei notò. Uno a zero per me, Scarface. Si disse trionfante, mentre il Dottore la invitava ad accomodarsi, spiegandole che L’ingegner Troghera aveva anticipato la sua visita nella tarda mattinata, anziché nel pomeriggio come avevano concordato.
Sì come no. Constatò amara. Lo so io cosa vuole.
Il finto ingegnere si alzò, con fare molto cortese e dopo aver preso una sedia, la invitò ad accomodarsi come il galantuomo migliore di questo pianeta. [commenta sul post originale]

La recita degli Eretto

41 – La recita degli Eretto.

«Dunque Fiore…»
Cominciò il Dottore con fare entusiastico. «…L’ingegner Troghera è venuto da noi ieri…»
Proseguì, Florya si era accomodata, accavallando le gambe, come le aveva insegnato Sandra. Piccolo trucchetto che deconcentrava gli uomini da argomenti seri ad argomenti meno seri, e lei ne aveva un gran bisogno.
Si lo so. Pensava lei sorridendo amabilmente a Scarface, mentre lui ricambiava, capendo benissimo che se poteva gli sarebbe saltato alla gola.
«Devi sapere Fiore, che il nostro istituto ha diramato la tua scheda già dopo qualche settimana dal tuo arrivo. E la tua documentazione ha fatto dei bei viaggi!»
Continuava la spiegazione ora guardando uno, ora guardando l’altra.
«L’ingegner Troghera è incappato per caso sui tuoi fascicoli…»
Florya ebbe un fremito alla bocca… bugiaaaa. Esclamò dentro di sè, sapendo benissimo com’erano andate le cose.
«Dapprima ha creduto che tu fossi la figlia del Conte Ristori, di cui lui ti parlerà. Quindi ci ha raggiunto ieri, ti ha vista ed ha confermato, ma…»
Prese una cartella lì di fianco, aprendola e armeggiando coi fogli.
«…Durante la visita di ieri però…»
E guardò brevemente l’ingegnere.
«…Gli abbiamo comunicato che ci servivano riscontri medici, tra cui il gruppo sanguigno, documentazioni d’identità, ed altre cose che sono contenute qui dentro…»
Indicò la cartella.
Scarface guardava trionfante Florya, così lei sorrideva amabile, con il viso d’angelo e gli occhi da assassina.
«E tutto corrisponde. Da oggi sappiamo chi sei, Oriana Ristori».
Il Dottore richiuse trionfante la cartellina, mentre sul viso di Florya lo sbigottimento si trasformò in ilarità ed esplose in una risata incontenibile.
Sotto lo sguardo perplesso del Dottore e lo sguardo allarmato del finto ingegnere, Florya continuò a ridere a crepapelle, cercando tra una risata e l’altra di tranquillizzare i due Eretto che la guardavano costernati, il Dottore biascicò qualcosa sullo stress post terapia, ma in realtà, sul suo sguardo lei lesse la paura che la sua paziente fosse esplosa e regredita in pochi secondi.
Ma era tutto troppo divertente, tutto quel magheggio messo su, chissà in quale modo, solo per averla, la faceva ridere come una… matta… ma lei non era mai stata matta e quindi dopo essersi ampiamente sfogata, si calmò. [commenta sul post originale]

Il frutto dolce della libertà

42 – Il frutto dolce della libertà.

Si scusò per la sua reazione, spiegando che era così felice di aver scoperto chi fosse che doveva sfogare l’emozione in una risata. Imbarazzatissimo il Dottore biascicò qualcosa di incomprensibile e quando si ricompose l’allegria che nutriva nei suoi confronti si era trasformata in timore.
«E quindi Fio… ahm… ehm, Oriana, sono felice nel dirti che sei dimessa con esito immediato. L’ingegner Troghera ti prende ufficialmente in custodia, come i nostri documenti attestano. Potrai andare a prendere le tue cose nella tua stanza e poi raggiungerci nuovamente in ufficio, fai con calma».
Le disse, cercando di essere gentile.
Florya era lì, seduta, che si lisciava in automatico la gonna come le aveva insegnato Sandra, con le emozioni urlanti e quando le parole che il Dottore le aveva appena detto, risuonarono nuovamente nella sua coscienza, una per una, si alzò con grazia porgendo la mano al Medico:
«Le sono immensamente grata per essersi occupato di me..»
Disse gentile stringendogli la mano.
«..Ma posso andare in questo istante stesso, non ho nulla qui, all’infuori di me e dono tutte le cose che mi sono state regalate in questo anno ai pazienti di quest’ospedale. Io parlerò bene di voi»
Recitò alla perfezione. Il Dottore assentì e prese dei fogli unendoli con la pinzatrice, porgendoli all’ingegnere.
«Bene, questa è l’intera scheda clinica della paziente, ora Oriana Ristori»
L’ingegnere prese la cartella e strinse la mano al Dottore, ringraziandolo poi si rivolse a Florya:
«Vogliamo andare, mia signora?»
E sorridendole la prese per un braccio, conducendola verso l’uscita dell’ufficio.
Il Dottor Frugalli chiamò un inserviente che accompagnò l’improbabile coppia attraverso i corridoi e l’ascensore, e quando questo discese e si aprì, si ritrovò in quel corridoio, al cui fondo c’era il grosso portone di accesso della struttura, ebbe come l’impressione che il suo io si strappasse da lei e si proiettasse come una palla di cannone oltre quelle pareti e percepì l’ebrezza della libertà.
Per questo motivo, mentre seguivano l’inserviente e Scarface le stringeva il braccio a lei non importava.
I suoi tic-tac delle scarpe echeggiavano, rimbalzando nelle pareti e mentre si avvicinavano all’entrata era come sei lei, Florya, fosse già fuori ad attenderla.
Quando il grosso portone, dopo una serie di svariati click di serrature si spalancò e la luce del giorno la invase scaldandola, lei ebbe un giramento di testa e vide come a rallentatore le sue gambe che oltrepassavano la soglia, così quando uscì fuori, l’altra Florya le rimbalzò nuovamente dentro, con una tale prepotenza da farla destabilizzare e Scarface dovette non solo stringere la morsa al suo braccio, ma accorgendosi di quello che stava accadendo, fulmineo la prese in braccio.
A quel punto il mondo di Florya divenne tutto nero. [commenta sul post originale]

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