Pubblicato in: creazioni di Sonia e Pier

Il cerchio atavico

[La storia fa parte del concorso “Sfida di scrittura creativa del Raynor’s Hall – Bando IV” con tema ad estrazione, “Cerchio”. Termine di consegna delle storie 01/12/2015.]

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«Rose, sono felice! Abbiamo fatto un lavoro stupendo. Ma come faremo con tutti loro? Come faremo ad insegnare loro tutta la nostra storia?»
Lei lo guardò appena, divisa tra orgoglio e tristezza, ma distolse subito lo sguardo, non voleva rovinargli la gioia, non poteva!
Tornò ad osservare i suoi figli, il ritratto della g
ioia e della buona salute: cinque maschi e tre femmine. Un grande successo, oltre che una grande sofferenza.

Vide Ludvic raggiungerli e giocare con loro, incredulo di essere padre di tanti figli, Rose si concesse un sorriso e quando Ludvic vide la sua lacrima, la scambiò per gioia.
Che lo pensi pure. Che si goda questi momenti.
Pensò, amara.
Conosceva il suo compagno da troppo tempo per infliggergli un simile dolore. Quindi tacque, quando sarebbe stato il momento,
lui avrebbe incassato, avrebbero superato insieme quella cosa. E quelle a venire, perché lei sapeva di avere le qualità per mettere al mondo creature sane, forti e pure!
Alcune settimane dopo, quando tutti i suoi figli, tranne uno, erano ormai adottati da persone tutte diverse, Ludvic, sedeva dolente, sotto il porticato, ad osservare le esplorazioni dell’unico figlio rimasto.
A Rose si stringeva il cuore, perché lei andava oltre il suo aspetto fiero, lei lo amava e sapeva quan
to dura fosse per lui, quanta fatica stava facendo per riprendersi. Fece alcuni passi avanti e osò parlare:
«Ludvic… amore mio…».
Lui aspettò che suo figlio non lo guardasse per voltarsi verso la sua compagna, infuriato:
«Come osi parlarmi ancora, mi hai mentito, fatto credere che potevamo essere felici… noi siamo Lupi di Saarloos, non merce in vendita!»
Fece per andarsene, passandole accanto senza delicatezza, tanto che anche lei si arrabbiò:
«Appunto Ludvic… Lupi di Saarloos… Noi, così come tuo figlio, l’unico rimasto…».
La
sciò la frase in sospeso, certa che avesse messo radici dentro di lui, radici che gli avrebbero ridato la lucidità per agire e pensare da Lupo, quale era.
Ludvic riprese a camminare, fiero, senza voltarsi rincasò in solitaria, certo che il suo unico figlio era al sicuro, ora che Rose era con lui.
Rose…
Ludvic sentiva di amarla visceralmente e, nonostante quella disgrazia famigliare non sarebbe mai riuscito a smettere di amarla.
Rose lo vide andarsene, avrebbe voluto ululare di dolore, ma non voleva dimostrarsi debole, non in quel momento che suo figlio era al suo cospetto, un piccolo Lupo in erba.
Capì, in quel preciso istante, che nonostante non avesse mai conosciuto la libertà, il desiderio di averla, era forte e vivido dentro di lei.
«Mamma perché papà è arrabbiato?»
Rose strofinò il muso su di lui, gentile:
«Mio piccolo Darko, papà non è arrabbiato. Solo tanto triste perché i tuoi fratelli sono andati in altre case»
Quella notte Rose dovette pensare da sola al figlio, Ludvic era rintanato nell’angolo più remoto e scuro della grande casa in cui vivevano con i loro padroni umani.
A svegliarla la mattina dopo, fu proprio l’ombra maestosa e rassicurante del compagno, per una frazione di secondo credette di trovarsi nel folto della foresta, ebbe un brivido e, mentre incrociò gli occhi di Ludvic, seppe che lui aveva finalmente accettato la situazione.
Darko si svegliò tra le zampe calde e dolci di sua madre, anche lui incrociò gli occhi di suo padre:
«Figlio mio. Seguimi.»
Darko obbedì, dietro lo sguardo incoraggiante della madre.
Giunsero fuori, nel giardino.
La rugiada era ovu
nque e le piccole zampotte di Darko non erano abbastanza lunghe per proteggerlo dall’umidità che risaliva dal terreno. Quando raggiunsero la palizzata rossa, sul retro della casa, Ludvic, rifletté molto prima di parlare.
«Figlio mio…»
Esordì, con energia ritrovata.
«Sai qual è la cosa che mio padre mi insegnò per prima? La cosa che ora, tuo padre, cercherà di farti capire?»
Darko annuì, obbediente, già conscio che quando il padre parlava esigeva rispetto, che lui gli diede.
A quel punto Ludvic cominciò a roteare su se stesso, diverse volte, fino a quando il giaciglio che ne derivò divenne un perfetto tondo di erba bella schiacciata e pronta per la nanna, pensò il cucciolo.
«Noi siamo Lupi di Saarloos, Darko. Gli umani ci hanno privato della libertà e fanno di noi quel che desiderano. Noi però, siamo una razza pura ed abbiamo il diritto di libertà. Questo semplice cerchio è la prima cosa che ho imparato a fare. Quando sarai in grado di farlo, torna da me, Darko. E continueremo l’addestramento.»
Finito di parlare, lo lasciò ai suoi pensieri, conscio che il figlio avrebbe dovuto trovare da solo, il suo modo di essere, il suo posto nel mondo.
Quando sull’uscio di casa incontrò Rose, si strofinarono il naso.
«Mi sei mancato, amore mio.»
Gli disse lei amorevole, per poi raggiungere il figlio.
Si distese poco lontano, un posto dove poter guardare suo figlio, ma al contempo lasciargli tutta la privacy possibile e, mentre si faceva toilette, si ricordò di quando anche lei era una cucciola, di quando conobbe Ludvic e delle lotte che lui fece per conquistarla, cosa che poi gli riuscì!
Si crogiolava al sole mentre pigramente tentava di carpire i progressi di Darko, quando all’improvviso il paesaggio attorno a lei cambiò, mettendola immediatamente in allarme! In due falcate raggiunse suo figlio, proteggendolo, col suo corpo.
Si voltò in più direzioni, per captare eventuali pericoli, in un paesaggio candido e aspro, con raffiche di vento gelido e si protese maggiormente verso il figlio, per preservarlo. Poi all’improvviso, mentre cercava di capire cos’era quella sostanza bianca e fredda in cui era immersa sino ai garretti, tutto svanì e il suo sguardo registrò nuovamente il colore dell’erba del giardino.
«Stai bene Darko?»
Si sincerò preoccupata. Lo vide sorridere, birichino.
«Ti piace mamma?»
Domandò timoroso.
«Ho imparato bene? Lo diciamo a papà?»
Rose percepì una lunga linea gelida correre sulla spina dorsale. Era stato lui!
«Sì, figlio mio, andiamo immediatamente a dirlo a papà. A dirgli che sei il più
straordinario dei suoi figli!»
Darko esultò, precedendola, euforico, chiamando a gran voce il suo papà.

Quando furono tutti e tre in giardino, dietro lo sguardo scettico di Ludvic, Rose chiese al figlio di mostrare al padre i suoi progressi e quando Darko cominciò la danza, Rose vide espandersi, dall’epicentro del cerchio il paesaggio di poco prima.
Quando si ritrovarono nella fredda terra dei ghiacci, Ludvic sgranò gli occhi, incredulo
e a quel punto Rose, pervasa dall’istinto, urlò al compagno e al figlio:
«Correte! Correte!!»
Darko smise di roteare e seguì la madre, Ludvic in un’agile scatto gli fu dietro, superandoli, insieme giunsero ai margini di una foresta e Rose, col fiatone si guardò in giro, temendo di ritrovarsi in giardino, ma così non fu. Erano liberi! Nella foresta, nella neve, nel mondo! Tutto il sapere atavico riemerse, nel cerchio del loro figlio magico.
Ludvic, postosi davanti alla sua compagna ed al figlio per proteggerli dalle gelide raffiche si perse nella vastità di quello che li circondava. Alzò il muso verso il cielo e ululò per segnalare la sua presenza, in coro prima Rose e poi Darko si unirono al richiamo selvaggio, infine, s’inoltrarono nel fitto del bosco, pronti per una nuova vita.
Una vita degna di un Lupo di
Saarloos.

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niente cose profonde per questo bando, solo un po’ di selvaggia libertà!

 

Pubblicato in: creazioni di Sonia e Pier, La Leggenda delle Anime

Iniziazione da Eretto (inizio della terza parte de ‘La Leggenda delle Anime’)

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43 – Iniziazione da Eretto.
Quando i suoi occhi tornarono a vedere le cose, si accorse di essere seduto contro il tronco di un albero, appoggiò le mani sulla terra umida per alzarsi e sorrise nell’accorgersi che tutto gli veniva così naturale.
Era così estasiato che riprese a toccarsi, sentiva i suoi muscoli sotto la stoffa, in posti che non era abituato quando era Gufo.
«Tu era serio quando Gufo, Ora essere solo scemo Eretto»
Lo schernì Salyn. Storm si voltò di scatto verso di lei, alzando il volto ed esclamando il suo nome, incredulo di poterle ancora parlare.
Non aveva la più pallida idea di come avrebbe affrontato la sua vita da non-Gufo, ma almeno non era solo.
E la semplice Civetta delle notizie era diventata prima un’improbabile amica, ora un indispensabile confidente.
Rimase a lungo a guardarla, come per trovare le parole, per riordinare i pensieri, tanto che Salyn, nel suo solito modo brusco irruppe nel silenzio:
«Io evitare di fare baby-sitter, se possibile»
E storse gli occhi, scendendo di qualche ramo per avvicinarsi a lui.
«Ora tu pensare a tua vita. Tu pensato?».
Storm fece un sorriso amaro. Quale vita? Si chiese.
«La devo trovare!»
Disse semplicemente e cominciando a camminare, si accorse con piacere che i suoi sensi di Gufo erano i medesimi e non ci volle molto per capire che era a due passi dalla struttura degli Eretto.
Madre Natura gli aveva semplificato il percorso. Da Eretto ci avrebbe messo un giorno e mezzo per coprire il volo di un Gufo. Perché? Perché lo aveva aiutato? A quale macabro gioco stava giocando, la creatrice di Gaia. La Madre di tutto il regno della Natura, perché? Perché esiliare una sua figlia e poi fare così?

Perso nelle sue riflessioni non si accorse che Salyn gli stava parlando, teneva gli occhi puntati sulla struttura e si rese conto che la sua vista era ancora buona, non sapeva quanto di Gufo e quando di Eretto c’erano in lui, ma fin’ora gli andava bene.
«Tu! Stupido culo di pavone, decidi a rispondere?»
La guardò, non aveva capito una sola parole e lei, se ne accorse.
Roteò gli occhi e come una Madre paziente ricominciò:
«Ora tu non essere più Gufo, non avere più caratteristiche silenziose, né altro, ora tu ragionare come Eretto e solo in quel modo. Tu no andare lì e chiedere di entrare, ma tu sapere, non essere stupido. Tu no, ma tuo cuore sì.»
Attese qualche secondo per assicurarsi di avere la sua attenzione, soddisfatta proseguì:
«Noi non potere entrare fino a quando non capire come. Io vissuto vicino Eretto, noi Civette sapere di specie Eretto, voi Gufi Bianchi e vostri Cugini Gufi di Foreste no sapere, voi vivere lontano. Voi stupidi.»
Fece un’altra pausa e quando Storm gli fece cenno di proseguire lei lo fece:
«Ma anche se noi vissuto con Eretto, non sapere tutto»
Storm sorrise e prese la parola:
«Non è corretto Salyn, noi Gufi Bianchi abbiamo un rapporto stretto, come il vostro, con gli Eretto, solo che la nostra famiglia ha scelto di non seguire la tradizione, come tu sai, proveniamo da una discendenza nobile»
Salyn annuì.
«Io paura che per trovare tua Fata dovremmo fare strada più lunga»
Il giovane uomo capendo la metafora, cominciava anche a capire che non sarebbe bastato esser diventato come loro per trovare Florya.

Salyn lo osservò a lungo, meditando su come erano cambiati i suoi sentimenti. Prima lo amava, o almeno credeva, ma da quando il suo corpo era cambiato quell’attrazione si era tramutata in qualcos’altro e ne fu spaventata. Ora quando lo guardava, immaginava il figlio che non aveva mai potuto avere e maledisse quella notte, quel Gufo Bianco che non aveva mai avuto il coraggio di affrontare rimpiangendo di non essere morta col suo compagno e l’unico uovo che aveva deposto.
Era una vigliacca, ma soprattutto una folle.
Si riscosse, imbarazzata.
«Io non potere fare da balia te per resto della mia vita!»
Esclamò arruffando le penne.
«Noi andare in mezzo a Eretto, fare cose che fanno Eretto e trovare soluzione»
Non gli disse che aveva un’idea, perché aveva paura di deluderlo e anche perché non sapeva come fare, aveva paura di rimetterci le piume e lasciarlo solo.
«Una cosa tu sapere, io credo tu arrivare da solo. Eretto non parla con uccelli. In mezzo loro tu solo, io osservare dal più lontano possibile. Tu trovare nuovi modi, con tuo nuovo corpo»
Fissò i suoi occhi in quelli di lui, certa che avrebbe capito, difatti lui annuì.
«Allora noi andare?»
Le disse Storm, prendendola in giro.
«Io avere fame ma no vedere topo»
Continuò avanzando mentre lei si scagliò contro la sua testa in un finto affondo.
«Tu continuare così, presto Eretto morto»
Gli gridò di rimando quasi stridula.
Storm esplose in una risata, quasi isterica, divertito ma anche esausto di tutto.
Rideva forte e gli vennero le lacrime agli occhi. La sua risata gli faceva uno strano effetto e il sapore salato delle lacrime gli veniva nuovo.

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Buongiorno, come avevo annunciato, La Leggenda torna, questo è l’inizio della terza parte. In questo periodo di pausa ho maturato delle idee e, ho deciso basta concorsi, anche io voglio esordire come Self, quindi lo farò con questo racconto.
Prossimamente (giusto il tempo di un ultima aggiustatina finale), lo troverete disponibile su Amazon, al minimo prezzo consentito, ovvero €0,99.
Dalla breve esperienza che ho avuto, da semplice osservatrice, so che non sarà una passeggiata, auto-promuoversi e tutte le altre cose inerenti al Self-Publishing, per questo conto sul fatto che avrò l’appoggio di tutti voi.
Grazie per l’attenzione!

Pubblicato in: creazioni di Sonia e Pier

Lo zuccone sornione

[La storia fa parte del concorso “Sfida di scrittura creativa del Raynor’s Hall – Bando III” con tema ad estrazione “Zucche”. Termine di consegna delle storie 27 ottobre.]

Effettivamente il tema assomiglia vagamente alla storia scorsa, ma non potevo farmi scappare quest’occasione. Perché questa è una storia autobiografica a tutti gli effetti, nomi compresi, domani 22 ottobre, mia madre avrebbe compiuto 70 anni, mi manca da morire e la voglio rivivere attraverso la mia creatività!

MammaMod

Lo zuccone sornione.

31-10-2015
Il compleanno della mamma è passato esattamente da nove giorni. Ho passato il giorno prima a domandarmi, pigramente, come avrei potuto festeggiarla al meglio per i suoi primi settantanni. Mi è piaciuto fantasticare sul regalo e sul mistero della sua festa a sorpresa. Anche ora fantastico su come passare la serata con lei, ma non è facile farlo, quando mamma non c’è più da otto anni. Che devo dire? Che il tempo guarisce tutte le ferite? Balle. Il dolore aumenta. Almeno, parlo per me.

Ma le zucche sono pronte anche quest’anno! E’ stata una sfida tra me e lei, che mi guarda placida da ovunque sia, con il suo animo dark e la sua grinta da leonessa. Sta arrivando l’ora delle streghe, in questa notte di passaggio, io osservo le mie zucche, soddisfatta, ne ho create tantissime quest’anno. Ce ne sono tre belle grosse sul tavolo da pranzo e alcune piccine sui davanzali della finestra.
Poi c’è ‘quella’! E’ enorme, sull’ammattonato, davanti alla porta, rigorosamente lontano dalla moquette, solo per quella ci ho impiegato una settimana a farla! Non è un viso ma una serie di scenari a lei dedicati, è bellissima, tutta luccicante con i suoi vani luce, scommetto che mamma non sarà così contenta di aver perso la sfida stavolta, ed io rido, sorniona.
«Eh mamma… non la spunti ‘sto giro, eh?»
Ma ho smesso da tempo di provare piacere nel parlare all’etere e un groppo alla gola mi fa capire che devo assolutamente cambiare argomento. Mi alzo e mi avvicino alla finestra per osservare il silenzio della mezzanotte, solo qualche ragazzo più grande gira ancora mascherato, donando al circondario una seria sensazione di terrore, riesco a non pensarti, che già sento la tua voce gentile:
«Sonia mi dai una mano per favore?»
Mi volto di scatto, con un lungo brivido alla schiena, ma non noto niente. Non so, forse mi rattrista sapere che mio marito stasera non è riuscito a tornare a casa, ma si sa, il lavoro prima di tutto.

Vado in cucina, ho di nuovo fame e per l’occasione mi preparo un piatto di ‘ragni di pasta sfoglia’, una delle tante primizie realizzate con il gruppo di cucina a cui sono iscritta da anni. Sono quasi pronta col vassoio, pensando al nuovo film di “Beetlejuce” che tra poco guarderò, quando la sento di nuovo:
«Soniaaa per favore vieni, daiii»
Panico! E sudori freddi. Cosa devo fare? Mi volto col terrore che la luce del salotto sia spenta, per fortuna non è così. Avanzo lentamente e furtiva, con un grosso mattarello, pronta a colpire e farlo veramente forte, ma le cocorite e Jamis, il mio coniglio, sono del tutto tranquilli. Sto impazzendo? Va bene.
Faccio per tornare in cucina, quando l’occhio mi cade sullo zuccone, che sembra più luccicante e… che… sembra muoversi. Cribbio! Ma è vivo!! Mi guarda sornione e mi strizza l’occhio.
«Hei bambola, hai un biglietto di andata e ritorno prepagato da Franca Blanchet!»
Asserisce con voce da D.J.
«Mi hai chiamato “bambola” per caso?»
Sant’iddio, devo andare da un analista, penso tra me, una zucca mi parla ed io penso a futili soprannomi, ma poi penso al biglietto e al nome che ha menzionato. Mamma? Biglietto per dove? Decido di stare al gioco dai, se mi sveglierò pazienza, mi rimarrà, un bel ricordo.
Accetto, chiedendomi -come ci arrivo da mamma?-, ma non faccio in tempo ad elaborare nulla, che lo zuccone si prodiga in uno sbadiglio, mentre osservo la sua bocca estendersi oltremodo… e quando capisco che lo sbadiglio è andato ben oltre il consentito, mi accorgo con orrore che mi ha inghiottito. Urlo. Mentre tutto intorno a me si fa arancio, poi nero ed infine luce.
Mi ritrovo su un prato che assomiglia vagamente ai paesaggi valdostani, poi la vedo, con indosso un vestito colorato e delle belle scarpe abbinate. Stento a crederci, mi guarda e mi sorride, per poi dirmi:
«Ma quante volte devo chiamarti, eh Sonia?»
Cedo alle lacrime mentre corro verso di lei, abbracciandola, ascoltandola ammonirmi di far piano, poi la guardo, cerco di ricompormi, perché la vedo troppo sfocata, ma faccio fatica e così, mi viene lei in soccorso, pratica, come è sempre stata.
«Guarda, Sonia, che abbiamo poco tempo…», mi spiega «Sono riuscita ad anticipare solo perché sul piano terreno ho compiuto settantanni, in realtà, questo ‘bonus’, era previsto per i miei dieci anni di …»
S’interruppe e la comprendo, anche lei ha gli occhi lucidi.
Mi obbligo a smettere di piangere e miracolosamente ci riesco. Ora posso vederla, non come quando era all’ospedale, ma come quando era a casa, felice, nel bene e nel male con la famiglia che si era costruita. Ho l’impulso di prendere il cellulare, ma ahimè, è rimasto in salotto! Anche quando, non so se avrebbe funzionato.
Mamma mi guarda, leggo nelle vibrazioni del suo viso che cerca le parole giuste da dirmi, quelle che non mi avrebbero fatto piangere ma poi la vedo, la sua lacrima: ha ceduto e mi dice:
«Sonietta mia, come stai? Mi sei mancata!»
Entrambe non riusciamo più a trattenerci e ci abbracciamo e piangiamo, così, come due cretine, per lunghi minuti.
Mamma sa tutto, tutto quello che è andato a rotoli e cerca di non mostrarsi dispiaciuta, entrambe sappiamo che chi semina raccoglie, ma entrambe siamo anche dispiaciute per papà, che è rimasto solo con i suoi errori.
Cominciamo a passeggiare, in breve mi porta in lungo e in largo, nel suo mondo, mi spiega che il paradiso è la versione speculare della terra, ma senza i vivi, mi spiega che siamo in Valle D’Aosta e io capisco perché mi era tanto familiare, era lei!
Andiamo a casa, versione ancora da ristrutturare, che emozione rivederla così! Mi spiega anche che i posti cambiano ogni tanto, e sta studiando una teoria sulle cause, in modo da andare dove vuole e quando vuole.
La giornata con mamma continua, ed io non perdo occasione di toccarla, parlarle, raccontarle della mia vita sulla terra, dei progressi e degli sforzi, mentre lei mi racconta a sua volta il suo vissuto, vengo a sapere a che il mio aiuto spirituale è andato a buon fine, ringrazio la mia amica Sciamana, che mi ha aiutata!
Poi mamma mi sorride ed io capisco che è fiera di me.

Implacabile però, arriva il crepuscolo e non servono parole per capire che è finita.

«Sonia lo sappiamo tutte e due che per adesso è così»
Mi dice pratica, con una smorfia amara. Ha ragione, che posso dire? La amo, ma egoisticamente amo la vita, anche, poi ecco la voce dello zuccone D.J., fa lo spiritoso simulando le sirene delle navi, qualcosa mi dice che mi legge nell’Anima, sa che per me, quel suono ha un significato importante.
«Ma dove l’ha pescato quel tizio?» le chiedo, lei ride, nel suo modo dolcissimo, riesco a malapena a sentire la sua risposta, quando il mondo si fa nuovamente arancione e capisco che lo zuccone mi ha re-inghiottita, sputandomi pochi secondi dopo nel mio salotto, tutta appiccicosa di polpa di zucca.

Mi alzo, schifata, pronta a dirgliene quattro, ma la zucca si è tutta sgretolata, non esiste più!
Una parte di me è dolorosamente disperata, perché desiderava contrattare per ritornare da mamma.
Ma voglio evitare di piangere dopo un simile regalo e quindi per festeggiare vado allo stereo e sfogliando i cd lo individuo quasi subito: Michael Jackson – “Thriller”.
Poco prima di premere play ringrazio ad alta voce mamma e chiunque le ha permesso di farlo, poi la musica parte ed io comincio a ballare nel mio solito, scomposto modo, tornando con la mente alla nostra infanzia, quando ancora eri un bambino dolcissimo ed eravamo fratello e sorella, perché nel bene e nel male è stato il periodo più intenso della mia vita.
Osservo Jamis scappare in camera, infastidito dal rumore e rido, mentre le cocorite più la musica avanza e più si gasano!

«Hai fatto della tua vita un lavoro di creatività, Sonia, sono fiera di te!»
La risposta di mamma, mi echeggia ancora nella testa il suono della sua voce che pronuncia il mio nome. Mi mancherai per tutta la vita, ma cercherò di continuare ad essere così.

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Dedicata a tutti quelli che hanno perso un genitore, ecco il vostro biglietto prepagato.
Dedicata a mio padre che nel suo piccolo è un grande.
Dedicata all’Anima ‘perduta’ del mio fratellino.
E per ultimo, ma non meno importante, dedicata ad Alessandra R. Perché nella vita le amicizie viscerali ed intense sono difficili da trovare!

Pubblicato in: creazioni di Sonia e Pier, La Leggenda delle Anime

La recita degli Eretto; Il frutto dolce della libertà (cap. 41 e 42 ‘La Leggenda delle Anime’)

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La recita degli Eretto

ultime righe della puntata precedente: Sì come no. Constatò amara. Lo so io cosa vuole.
Il finto ingegnere si alzò, con fare molto cortese e dopo aver preso una sedia, la invitò ad accomodarsi come il galantuomo migliore di questo pianeta.

41 – La recita degli Eretto.

«Dunque Fiore…»
Cominciò il Dottore con fare entusiastico. «…L’ingegner Troghera è venuto da noi ieri…»
Proseguì, Florya si era accomodata, accavallando le gambe, come le aveva insegnato Sandra. Piccolo trucchetto che deconcentrava gli uomini da argomenti seri ad argomenti meno seri, e lei ne aveva un gran bisogno.
Si lo so. Pensava lei sorridendo amabilmente a Scarface, mentre lui ricambiava, capendo benissimo che se poteva gli sarebbe saltato alla gola.
«Devi sapere Fiore, che il nostro istituto ha diramato la tua scheda già dopo qualche settimana dal tuo arrivo. E la tua documentazione ha fatto dei bei viaggi!»
Continuava la spiegazione ora guardando uno, ora guardando l’altra.
«L’ingegner Troghera è incappato per caso sui tuoi fascicoli…»
Florya ebbe un fremito alla bocca… bugiaaaa. Esclamò dentro di sè, sapendo benissimo com’erano andate le cose.
«Dapprima ha creduto che tu fossi la figlia del Conte Ristori, di cui lui ti parlerà. Quindi ci ha raggiunto ieri, ti ha vista ed ha confermato, ma…»
Prese una cartella lì di fianco, aprendola e armeggiando coi fogli.
«…Durante la visita di ieri però…»
E guardò brevemente l’ingegnere.
«…Gli abbiamo comunicato che ci servivano riscontri medici, tra cui il gruppo sanguigno, documentazioni d’identità, ed altre cose che sono contenute qui dentro…»
Indicò la cartella.
Scarface guardava trionfante Florya, così lei sorrideva amabile, con il viso d’angelo e gli occhi da assassina.
«E tutto corrisponde. Da oggi sappiamo chi sei, Oriana Ristori».
Il Dottore richiuse trionfante la cartellina, mentre sul viso di Florya lo sbigottimento si trasformò in ilarità ed esplose in una risata incontenibile.
Sotto lo sguardo perplesso del Dottore e lo sguardo allarmato del finto ingegnere, Florya continuò a ridere a crepapelle, cercando tra una risata e l’altra di tranquillizzare i due Eretto che la guardavano costernati, il Dottore biascicò qualcosa sullo stress post terapia, ma in realtà, sul suo sguardo lei lesse la paura che la sua paziente fosse esplosa e regredita in pochi secondi.
Ma era tutto troppo divertente, tutto quel magheggio messo su, chissà in quale modo, solo per averla, la faceva ridere come una… matta… ma lei non era mai stata matta e quindi dopo essersi ampiamente sfogata, si calmò.


Il frutto dolce della libertà

42 – Il frutto dolce della libertà.

Si scusò per la sua reazione, spiegando che era così felice di aver scoperto chi fosse che doveva sfogare l’emozione in una risata. Imbarazzatissimo il Dottore biascicò qualcosa di incomprensibile e quando si ricompose l’allegria che nutriva nei suoi confronti si era trasformata in timore.
«E quindi Fio… ahm… ehm, Oriana, sono felice nel dirti che sei dimessa con esito immediato. L’ingegner Troghera ti prende ufficialmente in custodia, come i nostri documenti attestano. Potrai andare a prendere le tue cose nella tua stanza e poi raggiungerci nuovamente in ufficio, fai con calma».
Le disse, cercando di essere gentile.
Florya era lì, seduta, che si lisciava in automatico la gonna come le aveva insegnato Sandra, con le emozioni urlanti e quando le parole che il Dottore le aveva appena detto, risuonarono nuovamente nella sua coscienza, una per una, si alzò con grazia porgendo la mano al Medico:
«Le sono immensamente grata per essersi occupato di me..»
Disse gentile stringendogli la mano.
«..Ma posso andare in questo istante stesso, non ho nulla qui, all’infuori di me e dono tutte le cose che mi sono state regalate in questo anno ai pazienti di quest’ospedale. Io parlerò bene di voi»
Recitò alla perfezione. Il Dottore assentì e prese dei fogli unendoli con la pinzatrice, porgendoli all’ingegnere.
«Bene, questa è l’intera scheda clinica della paziente, ora Oriana Ristori»
L’ingegnere prese la cartella e strinse la mano al Dottore, ringraziandolo poi si rivolse a Florya:
«Vogliamo andare, mia signora?»
E sorridendole la prese per un braccio, conducendola verso l’uscita dell’ufficio.
Il Dottor Frugalli chiamò un inserviente che accompagnò l’improbabile coppia attraverso i corridoi e l’ascensore, e quando questo discese e si aprì, si ritrovò in quel corridoio, al cui fondo c’era il grosso portone di accesso della struttura, ebbe come l’impressione che il suo io si strappasse da lei e si proiettasse come una palla di cannone oltre quelle pareti e percepì l’ebrezza della libertà.
Per questo motivo, mentre seguivano l’inserviente e Scarface le stringeva il braccio a lei non importava.
I suoi tic-tac delle scarpe echeggiavano, rimbalzando nelle pareti e mentre si avvicinavano all’entrata era come sei lei, Florya, fosse già fuori ad attenderla.
Quando il grosso portone, dopo una serie di svariati click di serrature si spalancò e la luce del giorno la invase scaldandola, lei ebbe un giramento di testa e vide come a rallentatore le sue gambe che oltrepassavano la soglia, così quando uscì fuori, l’altra Florya le rimbalzò nuovamente dentro, con una tale prepotenza da farla destabilizzare e Scarface dovette non solo stringere la morsa al suo braccio, ma accorgendosi di quello che stava accadendo, fulmineo la prese in braccio.
A quel punto il mondo di Florya divenne tutto nero.

[ottobre è mese di raccolta ed inoltre devo lavorare a due concorsi, ci rivediamo a data da destinarsi con la terza parte, spero di mancarvi e soprattutto spero che vi stia piacendo sino ad ora. Aiutatemi a farmi conoscere, condividendo le vostre parti preferite sui vostri social, con link annesso ovviamente!
Inoltre il 3 novembre il blog compirà 3 anni e indovinate un po’ che faccio?]

Pubblicato in: creazioni di Sonia e Pier, La Leggenda delle Anime

Ho male sin giù dove non vedo; L’arte delle femmine (cap. 39 e 40 ‘La Leggenda delle Anime’)

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Ho male sin giù dove non vedo

ultime righe della puntata precedente:  lasciando il suo spazio ad un Io diverso, che s’ingrandiva dentro di lei, forte e prorompente, nacque il desiderio di aiutare Storm nella sua battaglia.
Così nel brusio del bosco sempre sveglio, seguì placidamente il corpo senza sensi di quello che una volta era stato un nobile Gufo Bianco.

39 – Ho male sin giù dove non vedo.

Non c’era sole per Florya quella mattina, quando l’infermiere di turno venne a bussare alla sua stanza. Dopo un timido “avanti”, Daniel, il ragazzo giovane, entrò.
Vedendola così alzò un sopracciglio.
«Principessa dei fiori, che ti succede? Poca fame?»
Le chiese ironicamente, avvicinandosi per sentirle il polso. Florya era diventata bravissima a recitare e ignorando il vuoto dentro di lei, biascicò una scusa sull’essersi raffreddata, Sandra era una miniera di informazioni e le veniva sempre in soccorso.
Il cedimento avuto nella notte era stata un’imprudenza colossale, per lei era vitale mantenere un profilo basso, l’unico obiettivo sempre vivido era quello di evitare che tornassero ad imporle la terapia farmacologica, quella possibilità la terrorizzava, ripiombare nel baratro incosciente del sogno forzato sarebbe stato come perdere una guerra. Sperava di cuore che le analisi video fossero terminate, non poteva saperlo per certo e l’unica strada era mentire, nel caso i controlli video non fossero cessati, allora sarebbe stata nei guai seri, ma mentire era la sua priorità. In caso contrario qualche bugia l’avrebbe portata avanti nella sua crociata.
Daniel fece un assenso riguardo alla pressione che le aveva misurato e poi bisbigliò in tono da perfetto complice:
«Non te lo dovrei dire ma, oggi il Dottor Frugalli ti vuole nel suo ufficio e non penso che sia per farti dei test…»
Le strizzò l’occhio e prima di andarsene le disse che Ramona, in cucina, le aveva conservato la colazione.
Poi la salutò per proseguire il giro.

Florya si mise seduta sul letto, posò i piedi sul pavimento bianco, pulito e fresco e li premette. Non voleva farsi illusioni.
Il tempo passato dentro quell’ospedale sembrava così tanto che i suoi secoli di vita erano un soffio in confronto, nella sua vita non aveva mai combattuto una simile battaglia, gli Eretto… continuavano a non piacerle, alcuni sì, ma altri no.
Ebbe la percezione di uscire da lì e proiettarsi nel primo regno verde che avrebbe incontrato e avrebbe implorato la sua Madre Natura di ridarle i suoi poteri e di riprendersi l’Anima di Sandra, ma poi capì che per avere tutto ciò doveva rinunciare a lui, Storm cacciatore di tempesta. Comprese che la sua vita come Fata Guerriera era finita, caput, terminata.
Non riusciva a capire bene quale emozione comportasse questa terribile consapevolezza, pensò che doveva ancora allenarsi molto per comprendere ed essere appieno un’esemplare di Eretto.
Si lasciò andare indietro, appoggiando la schiena sul materasso e con la testa inclinata fece capovolgere la stanza e pensò pigramente al fatto che l’Arcobaleno arrivava sempre dopo il temporale. Lui era la tempesta e lei l’Arcobaleno, erano fatti per stare insieme, perché non poteva essere semplicemente così?


 

L'arte delle femmine

40 – L’arte delle femmine.

Con le mani raccolse i suoi capelli con un elastico che aveva al polso e rimase così ancora a lungo, pensando, interrogando Sandra, poi non ce la fece più. La curiosità era troppa!
Si alzò di scatto, si vestì scegliendo vestiti sobri ma eleganti, si truccò come le aveva insegnato Gina, sperando di saperlo fare bene, si spazzolò e si avvolse i capelli con un fazzoletto in tinta con la gonna e infilò quelle scarpe aperte, col tacco basso, le uniche che avrebbe sopportato, poi uscì dalla sua stanza e fece una cosa che non aveva mai fatto da quando era stata portata li dentro: affrontare di petto il suo destino!
Avendo libero accesso nei reparti e nelle sale comuni, si diresse con passo sicuro nei corridoi, infermieri e altri addetti, che avevano imparato a conoscerla, furono attratti dal tic-tac che i suoi tacchi facevano ad ogni passo, alcuni si voltavano e salutavano, altri emisero fischi di gradimento e lei ebbe la conferma di avere l’aspetto giusto. Bussò timidamente alla porta dell’ufficio del Dottor Frugalli e prima di sentire il classico “avanti” ebbe la certezza che il Dottore era impegnato con qualcuno e seppe anche chi era quel qualcuno!
Quando l’invito fu pronunciato, entrò e la sua ipotesi divenne reale. Dario Leroix in persona stava amabilmente dialogando col Dottore e quando si voltò a vedere chi avesse bussato ebbe una sensazione di sorpresa che lei notò. Uno a zero per me, Scarface. Si disse trionfante, mentre il Dottore la invitava ad accomodarsi, spiegandole che L’ingegner Troghera aveva anticipato la sua visita nella tarda mattinata, anziché nel pomeriggio come avevano concordato.
Sì come no. Constatò amara. Lo so io cosa vuole.
Il finto ingegnere si alzò, con fare molto cortese e dopo aver preso una sedia, la invitò ad accomodarsi come il galantuomo migliore di questo pianeta.

[prossimo appuntamento sabato con capitolo 41: ‘La recita degli Eretto’]

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Non solcherai mai più un cielo! – Ed ora sei un Eretto! (cap. 37 e 38 ‘La Leggenda delle Anime’)

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Non solcherai mai più un cielo

ultime righe della puntata precedente: «Tu dici che la tua vita è conclusa…»
Determinò Madre Natura.
«Ti accontento nobile Gufo, ma non sarò io a prenderla, questa tua vita».

37 – Non solcherai mai più un cielo.

Storm la guardò perplesso, poi dal suo corpo arrivarono strani segnali, non li colse subito, ma quando vi prestò attenzione, percepì una potente sensazione di dilatamento e la curiosità prese il sopravvento e il suo sguardo scrutò se stesso.
Dapprima ebbe la strana percezione di essersi fatto alto, guardò bene e da quell’alto cercò di osservare i suoi artigli, l’immagine traballava e strizzò più volte gli occhi, senza capire. Fu quando i suoi occhi guardarono le sue ali che comprese ciò che stava accadendo e nonostante il suo Io interiore esultasse, comprendendo le potenzialità di quella magia, ne fu comunque intimorito.
Madre Natura stava mutando il suo corpo in quello di un Eretto e quando la trasformazione terminò, Salyn, che era riuscita a raggiungerlo e nascondersi poco lontano, dovette strozzare un singulto di stupore.

Nella valle della cascata, Madre Natura parlava ora con un Eretto, un Eretto senza vestiti! Le era già capitato nella sua vita di trovare appartati nei boschi individui di Eretto senza vestiti, e sapeva cosa stavano facendo. Ma vedere ora Storm, di cui si era invaghita, nonostante lottasse per non ammetterlo perfino a sé stessa, in quelle sembianze, la fecero cadere in uno stato di imbarazzo e in quel momento, anche lei avrebbe voluto donare la sua vita per salvare quella del suo amato e senza rendersene conto, le lacrime le bagnarono il viso.

Storm si passò le mani ovunque, anche in mezzo alle gambe, corrugando la fronte un pò stranito dagli strani organi sessuali degli Eretto, era come se si sentisse una volpe, un lupo, un orso. I loro organi si assomigliavano.
Le sue mani continuarono l’esplorazione, si toccarono le cosce, si guardò i piedi e riuscì a muovere le dita e poi giocò anche con le sue mani, circondando parti del suo corpo e provando la forza fisica che esse avevano. Era confusionale, era come aver spostato gli artigli al posto delle ali, poiché gli arti inferiori erano meno incisivi di quelli superiori.
Ogni secondo che passava nella sua esplorazione, Madre Natura osservava paziente e attimo dopo attimo trasmetteva nella mente del giovane uomo la sapienza degli Eretto.


 

Ed ora sei un'Eretto

38 – Ed ora sei un Eretto.

Attimo dopo attimo Storm sentiva dentro di sé la consapevolezza dell’essere un Eretto, al termine dell’operazione Madre Natura parlò.
«Ti darò dei vestiti»
E così fece.
«Ma non potrò darti una nuova identità e dovrai imparare da solo ad essere un Eretto»
Storm annuiva, ancora un po’ stordito.
«Ora, la mia figlia più preziosa è nel mondo degli Eretto e non è felice, come tu hai potuto vedere. E ho donato anche a te corpo e sapienza della loro specie. Questo sarà il nostro ultimo dialogo, gli Eretto non hanno accesso al nostro mondo, Storm. Tutto quello che sarà dopo, dipenderà solo da quello che farai»
Madre Natura risplendeva di una luce verde abbagliante e quando levò le braccia al cielo il ragazzo fu sollevato e il suo trasporto ebbe inizio.
Salyn lo vide perdere i sensi, adagiarsi placido su una superficie invisibile e quando il ragazzo cominciò a muoversi con una certa velocità ebbe l’istinto di seguirlo, appena abbandonato il suo nascondiglio, una voce parlò nella sua testa:
«Veglia su di lui, Salyn, il tuo destino ora è questo»
La Civetta d’Oriente si diede della sciocca per aver creduto di rimanere nascosta di fronte alla sovrana della Natura e percepì dentro di sé come se il suo vecchio Io morì, lasciando il suo spazio ad un Io diverso, che s’ingrandiva dentro di lei, forte e prorompente, nacque il desiderio di aiutare Storm nella sua battaglia.
Così nel brusio del bosco sempre sveglio, seguì placidamente il corpo senza sensi di quello che una volta era stato un nobile Gufo Bianco.

[prossimo appuntamento mercoledì con capitolo 39: ‘Ho male sin giù dove non vedo’]

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Così sia! (cap. 36 ‘La Leggenda delle Anime’)

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Così sia

ultime righe della puntata precedente: Lo slancio per raggiungere il suo elemento gli procurò una fitta acuta, muovere l’ala gli costò, ma il suo addestramento fece in modo che dominasse il dolore, si allontanò immediatamente, inoltrandosi nel fitto bosco.

36 – Così sia!

Quasi subito percepì la Civetta dietro di lui e fece per volare più forte, voleva allontanarla, abbandonarla, abbandonare tutto, sparire nell’oblio del nulla.
Volò e volò, inoltrandosi in territori che non gli appartenevano e che conosceva solo a livello teorico. Volò, continuò a volare, incurante del dolore sordo all’ala ferita. Dietro di lui la Civetta smise di seguirlo e lui continuò a volare, feroce e sconfitto nell’Anima.
Raggiunse un capolinea e si scagliò contro quella cascata e cominciò a gridare, sfogando tutto il suo dolore e la sua rabbia incontenibile. Attaccò furente la corrente impetuosa e per poco vi rimase invischiato, la sua ala implorava cure e riposo, ma lui imperterrito continuò a gridare e a scagliarsi contro qualsiasi cosa: alberi, rocce, acqua.
E alla fine ottenne quello che voleva, perchè dal momento della percezione seppe che ci era riuscito. Si voltò quasi immediatamente e cominciò ad avventarsi anche contro di lei, gridandole addosso fino a quando la sua voce tuonò secca nella valle.
Quindi si accasciò al suolo, esausto, guardandola con odio.
«Perchè??»
Sibilò.
«Perchè tu decidi chi può amarsi?!!»
Aggiunse con amarezza.
Eterea e splendente si sedette nel suo elemento.
«Perchè consumare energie per domande di cui conosci la risposta?»
Ribattè laconica.
Madre Natura emanò un bagliore smeraldo e tutto diventò di quel bagliore, lui compreso, cercò di sconfiggere quel senso di pace che le stava infondendo.
«Sei uno dei miei figli, come posso non amarti. La principale delle nostre leggi detta la sopravvivenza del più forte. Non angustiarti per le forze che proteggono il tuo mondo e i mondi verdi di Gaia, Storm. Lasciati avvolgere…»
E intensificò la sua Energia d’Armonia risanatrice.
Il Gufo Bianco si sentiva trasportato nell’oblio della pace delle specie e per paura di perdere la sua determinazione parlò frettolosamente:
«Ho perso la mia famiglia, i miei gradi e il mio status. Sono comunque un debole. La legge impone la mia dipartita. Ti dò la mia vita, in cambio della libertà di Florya»
Madre Natura osservò quel suo figlio scapestrato e il suo viso si dispiacque che le cose, nei secoli e nelle ére fossero peggiorate così, da quel giorno… si dispiacque che i geni della sua stirpe fossero impazziti.
Proiettò il suo sguardo su di lui e annuì.
«E sia, nobile Storm.»
Si alzò, imponente, emanando lampi di energia rossa e arancione.
«Madre Natura non uccide i suoi figli, solo la legge del più forte lo fa».
Si era avvicinata a lui, sovrastandolo nella sua pura e imponente bellezza.

Storm percepì l’odore della notte di caccia, il sapore dell’aria che gli sferzava il volto. Non aveva mai incontrato Madre Natura nella sua vita e, con la sua vicinanza, conobbe il significato della Vita. Chinò la testa in segno di ringraziamento ma soprattutto di rispetto.
«Florya è una mia figlia, Storm»
Incominciò a raccontare.
«Da Madre mi è costato prendere questa decisione, ma tu non puoi saperlo, giovane rampante creatura della notte»
I bagliori da rosso e arancione, divennero rosati «Florya … »
Bisbigliò Madre Natura.
«Tu dici che la tua vita è conclusa…»
Determinò Madre Natura.
«Ti accontento nobile Gufo, ma non sarò io a prenderla, questa tua vita».

[prossimo appuntamento sabato con capitolo 37: ‘…’]

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Venite e danzate con la morte; (cap. 35 ‘La Leggenda delle Anime’)

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Venite e danzate con la morte

ultime righe della puntata precedente: Erano allarmi di prima categoria: Eretto in avvicinamento veloce!
Lo avevano sentito, lo seppe per certo, fu quell’ultimo sguardo di Florya a convincere i suoi artigli a staccarsi definitivamente da lì e riprendere il cielo.

35 – Venite e danzate con la morte.

In alta quota seppe che ormai era vuoto, finito e il suo sguardo si dipinse di follia e li cercò, quei dannati Eretto, li cercò con la bramosia nel cuore e quando li vide seppe che la morte era lì con loro ad aspettarlo, nello stesso momento in cui si lanciò in assetto da guerra, Salyn comprese e spiccò lesta il volo.
Storm però era un guerriero ed un ex generale, niente a che vedere con lei, che sapeva solo sopravvivere e quando lo raggiunse era ormai troppo tardi, il Gufo Bianco si era avventato su uno degli Eretto, attaccandolo con ferocia al viso. Lei oltrepassò la scena in volo e tornò a nascondersi, col cuore martellante di paura, divisa in due, ma priva di ogni buona idea, la furia del Gufo Bianco era tale da non poter essere in nessun modo domata.
Udì l’urlo di stupore dell’Eretto e poi un secondo dopo le urla di dolore, vide l’Eretto che cercava disperatamente di liberarsi, di proteggersi, ma il Gufo Bianco era implacabile, sul prato verde rasato apparvero una dopo l’altra gocce e schizzi di sangue poi vide altri Eretto e i suoi gridi d’allarme fecero nuovamente eco su di lui, che li aveva sentiti, ma che ignorava sprezzante, avrebbe attaccato qualsiasi Eretto gli fosse capitato tra le zampe e avrebbe attaccato la struttura, trovando un buco nelle difese, sì!

Ma quando si sentì afferrare per un ala non si rese subito conto di quello che stava accadendo. Solo quando ruzzolò, colpendo abbastanza violentemente un tronco, registrò l’azione, il suo corpo da guerriero, intriso di adrenalina, tornò automaticamente in piedi e lì per terra, con l’ala dolorante e il fianco ammaccato, osservò trionfante quegli Eretto, assaporò il sapore del sangue sulla sua lingua e un ghigno satanico emerse dalle sue viscere sino alla sua espressione, da folle.

Uno di loro si allontanò portandosi via il suo trofeo di guerra, mentre gli altri due, che avevano recuperato armi di fortuna, lo guardarono a loro volta, a metà tra la paura e la difesa. Lui li guardò, aprendo e chiudendo il becco per riprendere fiato e udì, distintamente poco lontano, il richiamo allarmato della Civetta. Il suo corpo fremette, pronto al nuovo assalto, ma quando vide arrivare altri Eretto con i loro bastoni di fuoco, capì che sarebbe morto davvero e capì che non voleva morire, per amore di Florya, i cui occhi spenti ritornavano vividi  nella sua anima sanguinante.
Fu quando uno di loro imbracciò la sua arma che decise di abbandonare il campo di guerra.
Lo slancio per raggiungere il suo elemento gli procurò una fitta acuta, muovere l’ala gli costò, ma il suo addestramento fece in modo che dominasse il dolore, si allontanò immediatamente, inoltrandosi nel fitto bosco.

[prossimo appuntamento mercoledì con capitolo 36: ‘Così sia!’]

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A pochi battiti da lei; Toccarti, solo un istante (cap. 33 e 34 ‘La Leggenda delle Anime’)

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A pochi battiti da lei

ultime righe della puntata precedente: la sua mente galoppava creando le più brutte cose contenute nel suo bagaglio culturale, non aveva mai avuto così tanta paura.
«Conoscere bene percorso, io spesso qui. Faremo così: strada lunga attraverso bosco, così noi evitare Eretto»

33 – A pochi battiti da lei.

La Civetta si muoveva molto bene tra gli alberi, a differenza dei Gufi Bianchi, ma lui proseguiva, caparbio.
Il percorso costeggiava diverse strutture abitative degli Eretto, molti di loro erano già svegli, vedeva i piccoli di Eretto sbadiglianti, uscire dalle loro tane ed entrare pigramente nelle loro macchine rombanti.
Dopo diverse decine di minuti Salyn si fermò e la raggiunse.
Il paesaggio era cambiato, davanti a loro, stagliato contro la radura grande, c’era una grossa unità abitativa. Aveva un aspetto pulito, bianca con le cornici seppia intorno alle finestre e le porte.
«Ascoltare bene me, Gufo Bianco»
Esordì Salyn.
«Tua Fata è dentro casa Eretto, ma tua Fata non più come tu ricordavi. Tu..»
Gli si avvicinò.
«Tu guardare bene me!»
Lo rimproverò aspramente.
Storm fremeva distratto, ma si forzò e distolse lo sguardo dall’edificio posandolo sulla Civetta, era impaziente e seccato.
«Tua Fata non più come tu ricordi. Tu essere forte e preparare a quello che vedere»
Sfortunatamente Salyn non ottenne l’effetto voluto perché Storm in preda al panico si alzò in volo, gridando a più non posso. La Civetta non perse tempo e gli fiondò appresso, stupendosi della forza con cui lui spingeva se stesso.
«Aspettare!!»
Lo intimava.
«Animale stupido, aspettare!!»
E in uno sforzo notevole lo sorpassò, lui comprese la sua azione e la seguì, dopo pochi secondi lei indicò una fessura della costruzione e fece cenno che avrebbe aspettato tra gli alberi. Storm però non ci fece caso, la sua testa e la sua volontà erano annullati dall’emozione ed il terrore, il suo mondo si era ridotto a lui e quella finestra.


 

Toccarti solo un istante

34 – Toccarti, solo un istante!

Si artigliò alle sbarre come poté, sostenendosi con le ali e quando i suoi occhi mandarono al cervello l’immagine dentro la stanza si sentì stritolato come tra i denti di una volpe crudele. Lei era lì!
Cominciò a gridare come un forsennato, Salyn, nascosta tra i rami era terrorizzata, divisa in due, indecisa se andare a toglierlo di lì oppure no.
Sperò ardentemente che nessun Eretto lo potesse sentire e volando di ramo in ramo, scrutò attentamente ogni possibile presenza.
Storm gridava il nome di Florya, mentre il suo cervello registrava implacabilmente ogni particolare. Il viso smagrito, il suo corpo avvolto stretto, le sue mani e le sue gambe imprigionate dalle cinghie.
Gridava e si scagliava come poteva contro quella struttura di Eretto, e lo faceva con ferocia, mentre la sua parte razionale sapeva benissimo che non poteva scalfirla.
Florya si agitava nel suo nido di Eretto, ma aveva gli occhi chiusi. Il suo desiderio era così forte da sentirsi svenire e non bastava la rabbia dentro di lui.
Poi finalmente la sua Fata si mosse e quando il suo sguardo raggiunse i suoi occhi di Gufo, il suo cuore si riempì di speranza, ma anche di immensa pena, c’era qualcosa che non quadrava in Florya.
Avevano spento la sua luce della notte!
Dal momento che i loro occhi s’incrociarono, intensificò la sua ferocia contro quelle sbarre maledette, gridandole che ce l’avrebbe messa tutta, ma negli occhi di Florya trovò solo terrore e quando lesse il suo monito di andare via, tutto il suo animo si afflosciò, rimase artigliato più saldo che poté, anche se si sentiva scivolare e le sue ali penzolavano inerti e la guardava, chiudendo e aprendo il becco, senza più sapere cosa dire, leggeva la sua paura, il suo monito verso di lui di lasciarla, di andare via. Ma come poteva lui, andare e come?!
Rimase così per quello che gli sembrò un eternità di inferno, mentre lo sguardo di Florya gridava di andarsene.
Fuggi! Salvati!
I suoi artigli scivolavano sulle infide sbarre, ma non riuscivano ad obbedire ai comandi della sua Fata e quando la realtà esterna si insinuò nuovamente nella sua sfera uditiva, i gridi di allarme di Salyn solleticarono il suo istinto di sopravvivenza. Erano allarmi di prima categoria: Eretto in avvicinamento veloce!
Lo avevano sentito, lo seppe per certo, fu quell’ultimo sguardo di Florya a convincere i suoi artigli a staccarsi definitivamente da lì e riprendere il cielo.

[prossimo appuntamento martedì con capitolo 35: ‘ Venite e danzate con la morte’]

Pubblicato in: creazioni di Sonia e Pier

La leggenda del Ponte Arcobaleno

[La storia fa parte del concorso “Sfida di scrittura creativa del Raynor’s Hall – Bando II” con tema ad estrazione “i Ponti”. Termine di consegna delle storie 22 settembre.]

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La bambina piangeva da mezzora ormai, era stata coraggiosa nel giardino, osservando il papà scavare la fossa e il funerale avvenuto quel giorno era degno di un generale. Poi però il papà era andato via, per forza, qualcuno doveva lavorare!
C’era passata anche lei, ricordava con amarezza le parole a lei riservate:
Ormai il tuo Willy corre sul ponte dell’Arcobaleno…
A distanza di così tanti anni, quelle parole risuonavano tristi e fasulle, ed aveva voluto raccontare a sua figlia un po’ di favola e un po’ di verità, senza grandi successi purtroppo. Angelica era disperata, vuota, sola. Come un tempo lo era stata lei.
Daisy era stata un adozione del cuore ed era stata la loro compagna di giochi per sei lunghi anni.
Chiamò la sua bambina, la quale alzò il viso rovinato dalle lacrime e sofferente, cercando conforto con lo sguardo, a Samanta le si strinse il cuore, avrebbe volentieri fatto qualsiasi cosa per cancellare il dolore di sua figlia, notò che le treccine bionde erano disfatte e cercò di asciugare le lacrime del dolce volto della figlia, delicata, con un fazzolettino.
«Adesso tu ed io usciamo, andiamo al parco e cerchiamo qualcuno con cui giocare…»
Angelica guardò la mamma, soppesò le sue parole, sapeva che era la verità, sapeva che le creature prima o poi morivano, era successo anche al nonno, rammentò.
Insieme si lavarono via le lacrime e si vestirono di tutti i colori più belli e sgargianti, che se qualcuno le avesse viste, le avrebbe prese per delle animatrici, quando in realtà Samanta aveva semplicemente indossato i colori come armatura contro il dolore. Daisy aveva lacerato entrambe!
Ridendo e con le treccine rimesse a nuovo, Angelica corse verso la macchina e quando la mamma la raggiunse al posto di guida, osservò la sua bambina raggiante e colorata, con un sorriso scaccia pensieri. La macchina uscì dal vialetto e cominciò a macinare strada, dirette al parco giochi, quando un urlo eccitato di Angelica attirò la sua attenzione:
«Mammaaaaaa!! Andiamo al Luna Park?»
Samanta rimase sorpresa per non aver visto nessun volantino i giorni precedenti, di solito questi eventi portano piogge di volantini.
Parcheggiò, rammentando a sua figlia massima attenzione prima di attraversare, Angelica era una bimba deliziosa e responsabile ma a volte il suo entusiasmo la faceva… dimenticare.
Samanta scese dalla macchina e provò una strana sensazione, come un richiamo di qualcosa che sapeva di conoscere ma non ricordava. Scacciò quei pensieri, attraversando a sua volta e, senza mai perdere d’occhio la sua bambina si fece fare due enormi bastoncini di zucchero filato, tutto azzurrino e la chiamò, sorridendo. Angelica accolse con entusiasmo il dolce, mentre Samanta cercava qualche volto familiare tra la folla, ma… stranamente nessuno lo era, sembrava la gente di un’altra città e lo strano presentimento cresceva.

Fu allora che vide, tra le genti, un cagnolino che conosceva molto bene: Willy!!
Ebbe un mancamento e convinta che il sole gli stesse giocando dei brutti scherzi, non lo chiamò subito per nome, Angelica, nel frattempo, percepito l’allarme di sua madre, le era già a fianco e notando lo sconcerto della mamma, non ci pensò ne uno ne due e la seguì nella sua corsa matta, inseguendo insieme il cagnolino.
D’improvviso la gente finì, così come le giostre e il brusio, ed entrarono in un boschetto verde smeraldo, che sembra una scena di Walt Disney: cerbiatti, scoiattoli, piccoli ghiri e tanti riccetti vivevano in quel posto dai colori accesi e rallentando la corsa, entrambe osservarono gli animali, quando dopo alcuni minuti il bosco cessò di colpo, come se fosse la scena di un opera e si ritrovarono sulla soglia di un precipizio, in un paesaggio che sembrava il Grand Canyon dell’Arizona. Samanta aveva paura e stringeva forte la manina della figlia.
«Mamma…»
Chiamò Angelica e la madre seguì lo sguardo sorpreso e sconcertato della bambina sino a vedere l’oggetto in questione. Sgranò gli occhi e la sua bocca fece una ‘O’. A quel punto incontrò gli occhi della sua bambina e, in quell’istante tornò anche lei bambina, i timori crollarono come un castello di carte e lasciando la mano della figlia, sorridente e speranzosa cominciò a correre giocosa, insieme ad Angelica, verso l’oggetto dei loro desideri, dei loro sogni.
Quando furono giunte, Samanta bisbigliò scuotendo la testa incredula:
«Non ci posso credere!»
Erano ai piedi di un arcobaleno dai colori vividi, intensi, come se fosse disegnato dal più abile dei pittori e l’entrata ad arco riportava, in alto, un grosso cartello di legno dipinto di arancione con inciso ‘Benvenuti sul Ponte dell’Arcobaleno!’
Una folletta dai capelli rossi vestita da Leprecauno, sorridente e gioiosa salutò i nuovi arrivati, donando loro un volantino e raccomandandosi di rispettare l’orario, osservando l’orologio della ‘Torre sempre in vista’, di cui diede un volantino a parte, visto lo sconcerto di mamma e figlia.
Angelica, con gli occhi brillanti , fece il primo passo, tirandosi dietro la mamma e quando posò il piede sulla struttura del ponte, lo sentì morbido, come gommapiuma.
Quando anche Samanta vi salì, era incredibilmente affascinata ed incredula, stava camminando su un ponte di arcobaleno, con tante piccole striscette colorate ai suoi piedi. Si appoggiò al corrimano e lo sentì ruvido e vivo, era un grosso cordone fatto di tantissime cordicelle multicolore. Era sbalordita. Al centro del ponte vide un paesaggio incredibile, vivo e colorato, e seppe per certo che dal momento della loro entrata al Luna-Park, si trovavano già in un regno di fantasia.
Alla fine del ponte, lo scenario che si parò davanti era.. era.. pieno di animali di ogni genere, di casette colorate, di alberi e casette sugli alberi, di strade di mattoni rossi e strade che sembravano fatte di acqua e poi entrambe li videro, Samanta riconobbe Willy e Daisy, Angelica solo quest’ultima. Ma quando i cani corsero festosi incontro ad entrambe, loro si misero in ginocchio per accoglierli. Le loro voci di sovrapposero e sia la madre che la figlia provarono delle emozioni incredule, tra lo scoprire che i cani parlavano e il cercare di capire che stavano dicendo, visto che parlavano contemporaneamente, al ché, il senso pratico di Samanta emerse cercando di riordinare la questione e, finalmente, poterono comprendersi.
Passarono un pomeriggio bellissimo e Samanta si fece carico delle cose importanti delle favole, che i bambini spesso scordano e finendo sistematicamente nei guai! Una di queste era guardare sempre l’orologio della ‘Torre sempre in vista’.
Angelica venne a sapere molte cose sulla sua mamma bambina, così tante da ridere, ridere a crepapelle,mentre Samanta rimproverava il suo Willy con le lacrime agli occhi, accarezzandolo in continuazione.
Daisy era li solo da pochissime ore e non aveva molto da raccontare ad Angelica, la quale, da brava bambina matura cercava di sfruttare quella magia nel modo più intelligente possibile, a volte la sentiva escogitare sistemi per continuare a vedersi e allora Samanta la ammoniva, conscia del fatto che era già un regalo oltre l’incredibile quello che stavano vivendo.
Angelica annuiva, con una sfumatura in viso dell’adulta che sarebbe diventata.
Visitarono le sculture della città magica ‘Oltre l’arcobaleno’, visitarono l’oracolo, dove i novizi potevano bearsi ancora un pochettino dei loro padroncini o padroncine umani, prima di godere a pieno del loro paradiso.
Poi visitarono i teatri, le sale giochi, le abitazioni, comprese le due di Daisy e Willy ed infine Samanta toccò la spalla di sua figlia, la quale capì.
Gli abbracci non erano abbastanza, per nessuna delle due, ma il tempo era scaduto.
Si ritrovarono ai piedi del ponte e mentre madre e figlia tornavano nella realtà, i cani sorridevano, trattenendo le lacrime.
Quello rimase un segreto tra loro due e venne tramandato da figlia a figlia… ed ecco come nasce la Leggenda del Ponte dell’Arcobaleno!
The end.

[Questa storia è ispirata alla creazione di Angela Siracusa con il suo racconto a puntate “Perso nel quadro” (Grazie Angela!!)]